L’articolo 36 della Costituzione e le leggi inattuate
Il 9 giugno 2026 a Torino, su iniziativa della Commissione lavoro autonomo dell'Associazione Stampa Subalpina – Fnsi, si è tenuto il “Freelance Journalism Forum”: giornata di confronto pubblico su lavoro, diritti e prospettive del giornalismo freelance, componente sempre più rilevante del sistema dell’informazione. Al centro i temi della precarietà, della sostenibilità economica e del riconoscimento del lavoro autonomo.
In un panel dedicato sono intervenuti i responsabili e componenti della Commissione nazionale lavoro autonomo (Clan) della Fnsi e di alcune Commissioni regionali (Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Toscana e Sicilia).
Di seguito l’intervento (riadattato per la trascrizione) di Maurizio Bekar, promotore nel 2006 del Coordinamento giornalisti precari e freelance del Friuli Venezia Giulia (attivo tuttora come riferimento territoriale nell’ambito sindacale), membro della Clan-Fnsi dal 2010, e già coordinatore della stessa.
Al centro dell’intervento l’esperienza dei freelance organizzati vissuta nel Friuli Venezia Giulia e poi nella Clan nazionale, l’impegno per il varo della Carta di Firenze, per l’equo compenso, e la necessità di fare formazione e rete fra i giornalisti lavoratori autonomi.
Giornalisti autonomi e “non garantiti”:
l'esperienza del Friuli Venezia Giulia e nella Clan - Fnsi
(Introduzione della moderatrice del panel, Simona De Ciero, rappresentante del Piemonte nella Commissione Nazionale Lavoro Autonomo della FNSI. Segue intervento)
Grazie… Sono Maurizio Bekar, da Trieste, Friuli Venezia Giulia. Molte cose sono state già dette finora, e anche ben sintetizzate nel documentario che abbiamo visto: [“A schiena dritta, storie di giornalisti free lance”, di Gero Tedesco, per il centenario dell'INPGI – n.d.r.], quindi non mi ripeterò e aggiungerò invece quelle che sono state le nostre esperienze.
Nel Friuli Venezia Giulia nasciamo nel 2006, come “Coordinamento giornalisti precari e freelance del Friuli Venezia Giulia”: una rete auto organizzata di persone che volevano lavorare sui problemi dei giornalisti cosiddetti non garantiti, non tutelati, e questo a prescindere dall'iscrizione al sindacato, e addirittura anche a prescindere dall'iscrizione all'Ordine. Siamo stati riconosciuti prima informalmente, e poi anche nello statuto dell’Assostampa Friuli Venezia Giulia, che ci ha dato una copertura.
Abbiamo avuto una grossissima attenzione - per le dimensioni della nostra regione - con degli incontri territoriali, e discussioni magari anche un po' così, campate in aria, però con una grande tensione e volontà di confrontarsi.
Quando nel 2010 è nata la Commissione Nazionale Lavoro Autonomo della Fnsi vi siamo confluiti: l'organizzazione del nostro coordinamento è rimasta viva parallelamente, ma abbiamo partecipato ai lavori della Commissione Nazionale, dove abbiamo portato il nostro contributo di esperienze e di idee.
Le battaglie per la Carta di Firenze e l’equo compenso
Cosa ha fatto la Commissione Lavoro Autonomo Nazionale? Tante cose, spesso poco note, ma con due battaglie centrali: quella sulla Carta di Firenze, per tutelare a livello deontologico i diritti del lavoro autonomo, precario e non garantito, e la legge – anzi: le leggi - sull'equo compenso. Su entrambe abbiamo dato dei contributi di merito, nella stesura, e anche nella formulazione di emendamenti mirati alla legge 233 del 2012 sull'equo compenso.
Non è stato un lavoro facile: è stato il frutto di un grossissimo confronto interno, su cui è stata trovata una sintesi da più pensieri e idee, e dopodiché le proposte [sull’equo compenso] sono andate ai tavoli istituzionali.
Voi direte: che fine hanno fatto queste cose? Io direi “una brutta fine”, perché la Carta di Firenze - permettetemi la battuta - per buona parte è rimasta sulla carta, cioè poco applicata, e ci sarebbe da chiedersi perché.
E la legge sull'equo compenso: dal 2012 in queste leggi (come è stato ricordato in realtà sono tre: due risalenti al 2012 e poi una al 2017-2023) non sono state applicate ai giornalisti lavoratori autonomi. Da allora sono passati vari governi, e quindi non è un problema specifico del governo Meloni: sono passati governi di vari segni, e per quanto riguarda la legge 233/2012 - che è quella tipica dell'equo compenso giornalistico - c'è una commissione apposita con giornalisti, editori e rappresentanti ministeriali. E il suo presidente è il Sottosegretario all'editoria. I sottosegretari negli anni si sono alternati, ma la loro risposta è sempre stata: “Ma come possiamo fare? Come si può applicare? È difficile…”. Ci sono state delle interpretazioni fantasmagoriche del testo della legge, e il risultato è che ciò che deliberò forzatamente quella commissione nel 2013-2014 venne poi cassato da due gradi della Magistratura - Tar del Lazio e Consiglio di Stato - ritenendo che quanto deliberato era contra legem, e punto...
A tutt'oggi non abbiamo un'attuazione della legge 233 del 2012. Perché? Una risposta ve la do io, come mia valutazione personale: perché gli editori non la vogliono, punto e basta; e i governi di vari colori che si alternano nel tempo sono estremamente sensibili alle volontà degli editori, più che a quelli dei giornalisti autonomi [per tutelare i quali quella legge era stata approvata n.d.r].
Fare formazione e organizzare una rete
Giungo quindi alla conclusione, ma ci sarebbe tanto da parlare. Primo: limitandosi all'equo compenso, va detto che è una situazione molto complessa da conoscere dal punto di vista tecnico. Ma se non conosci i tuoi diritti sul piano tecnico, poi ti gabbano facilmente. Difatti tante volte sono uscite dichiarazioni sui giornali di sottosegretari e rappresentanti vari che o non ne sapevano nulla sul piano tecnico, o - come si usa dire a Oxford - ciurlavano nel manico perché immaginavano che tanto nessuno ne sa un piffero nel merito.
La prima cosa è quindi fare formazione, in modo che gli autonomi possano essere consapevoli in modo puntuale dei loro diritti negati.
La seconda cosa da fare è l'organizzazione. Perché puoi puoi fare comunicati e tutto quello che vuoi… Ma le iniziative di pressione - che io qui banalizzo con il termine di “comunicati” – nel tempo sono state innumerevoli. Ma basta avere un interlocutore sordo (o volutamente sordo) e poi non si muove niente.
Ci vuole quindi un'organizzazione di rete, degli autonomi, che faccia pressione e che sia presente per sottolineare i propri diritti negati.
Certo non è un'epoca facile per farlo; e quando queste cose sono state fatte, circa 15 anni fa, c'erano anche altre organizzazioni sindacali che si muovevano sui temi del lavoro precario, con il supporto di grosse strutture, e quindi noi eravamo veramente minuscoli. Però il nostro contributo allora l'abbiamo dato. Ma oggi bisogna riprendere a farlo.
Attuare la legge e l’art. 36 della Costituzione
(ricordando Calamandrei)
Concludo citando solo due cose.
La prima: la legge 233 sull'equo compenso del 2012 stabilisce chiaramente al suo primo articolo che “In attuazione dell'articolo 36, primo comma, della Costituzione (...)", e quell’articolo 36 stabilisce: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”. Chiarissimo: Costituzione, articolo 36!
La legge 233 recita “Ai fini della presente legge, per equo compenso si intende la corresponsione di una remunerazione proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, tenendo conto della natura, del contenuto e delle caratteristiche della prestazione, nonché della coerenza con i trattamenti previsti dalla contrattazione collettiva nazionale di categoria in favore dei giornalisti titolari di un rapporto di lavoro subordinato”. Cioè l'equo compenso deve essere proporzionato alla retribuzione del dipendente!
Chiudo con una citazione storica, perché parliamo di Costituzione. Piero Calamandrei, uno dei padri della Costituente e della nostra Costituzione, insegna giurista, in una conferenza nel 1955 a degli studenti disse: “La Costituzione non è una macchina, che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità.”
E questo deve essere il nostro compito in senso lato: quello della Clan e del sindacato.
(Chiusura della moderatrice): Grazie. La parola è centrata su un punto, e ne ha fatto prima cenno Claudio Silvestri: di questo se ne parla dal 2014, perché gli editori non vogliono [l’equo compenso], e proprio per questo: perché dovrebbero paramentare in qualche modo il compenso dei liberi professionisti a quello delle persone assunte, e quindi dovremmo costare di più… E quindi rimandiamo, e rimandiamo, e rimandiamo… Grazie del tuo intervento.
Foto credits:
Valeria Bellagamba (Assemblea nazionale lavoro autonomo - Fnsi, Marche)


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