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09 gennaio 2016

ARTICOLO DI "RASSEGNA SINDACALE": LA LETTERA A RENZI


Informazione Freelance:
«Lo sfruttamento esiste, ora servono i fatti»





Già centinaia le adesioni alla lettera che un gruppo di giornalisti autonomi attivi nella Fnsi ha inviato al premier Renzi, dopo che questi aveva negato, nella conferenza di fine anno, le condizioni di disagio vissute dai lavoratori atipici del settore

Sono centinaia le adesioni, in pochi giorni, alla lettera che un gruppo di freelance attivi nel sindacato dei giornalisti ha inviato al presidente del Consiglio Matteo Renzi, dopo che questi aveva sostanzialmente negato, nella conferenza di fine anno, le condizioni di sfruttamento di molti lavoratori senza contratto nel settore dell’informazione. Una missiva che, oltre a mettere in guardia sulle reali condizioni dei precari che lavorano per i media, spesso pagati pochi euro a pezzo, avanza anche una serie di proposte al governo per superarle, a partire dal mettere nuovamente mano alla delibera sull’equo compenso, cancellata la primavera scorsa da una sentenza del Tar del Lazio.

Tutto questo nel bel mezzo della trattativa per il rinnovo del contratto, che si presenta particolarmente difficile, dopo che la Fieg, l’associazione che riunisce gli editori, ha “disdettato” a novembre l’attuale ccnl. Nella tradizionale conferenza di fine anno, lo scorso 29 dicembre, il primo ministro, sollecitato dal presidente dell’Ordine dei giornalisti Enzo Iacopino, che aveva ricordato le difficoltà dei freelance, dei precari, dei senza contratto dell’informazione, parlando addirittura di “schiavitù, non solo tollerata, ma codificata in alcuni contratti”, aveva replicato: “Non credo ci sia la schiavitù, non credo ci sia la barbarie in Italia, sono altre le situazioni drammatiche nel mondo”, ribadendo tra le altre cose la sua posizione sull’Ordine dei giornalisti: “Andrebbe abolito”.

Così, il 1°gennaio, 14 freelance attivi nella Commissione nazionale lavoro autonomo della Fnsi, hanno scritto una lettera al premier, evidenziando invece che “lo sfruttamento nel settore dei media non solo esiste, ma sta danneggiando la libertà dell’informazione”. Nella lettera, che ha ottenuto in pochi giorni l’adesione di circa 300 giornalisti – molti precari, ma anche redattori e graduati di molte testate (adesioni anche da vari giornalisti che operano nell’universo della comunicazione Cgil, tra cui Massimo Gibelli, portavoce del segretario generale Susanna CamussoGuido Iocca e Giorgio Nardinocchi, rispettivamente direttori di Rassegna e Liberetà), oltre a quella di una decina di segretari e presidenti regionali della Federazione nazionale della stampa –, si riportano i dati ufficiali secondo cui “i lavoratori autonomi e atipici sono oggi il 62,6% dei giornalisti attivi, e sono in rapida crescita”.

Questi lavoratori “spesso hanno redditi medi da 11mila euro lordi l’anno e, nella metà dei casi, di circa 5mila, con spese a proprio carico, e con una netta disparità di diritti, tutele e forza di contrattazione rispetto ai colleghi dipendenti”. Per questa ragione, sottolineano i firmatari della lettera, “le condizioni di oggettiva debolezza, di ricatto occupazionale e sfruttamento del lavoro, ledono la libertà e la qualità dell’informazione”. Ma la lettera contiene anche richieste dettagliate al governo, come quella che richiama il rispetto della legge sull’equo compenso approvata nel dicembre 2012. Si diano, scrivono i freelance, “contributi e agevolazioni pubbliche solo agli editori che dimostrano di pagare equamente e con regolarità i giornalisti”, così come indicato nella norma.

Senza dimenticare, sempre nella lettera-appello dei freelance, la proposta di superare “i contratti atipici nel mercato dell’informazione, supportando l’emersione dalla precarietà, il lavoro stabile, o comunque il ‘buon lavoro’ equamente retribuito”, garantendo “pari diritti e tutele al lavoro giornalistico, sia dipendente che autonomo”. Non solo. I 14 avanzano la richiesta di riunire in tempi rapidi la Commissione per l’attuazione dell’equo compenso, a cui partecipano, oltre all’Ordine, anche i rappresentati del governo e delle parti sociali, per “rimettere urgentemente mano alla delibera d’attuazione” che riguarda i lavoratori autonomi. La delibera precedente – approvata nell’estate 2014 e contestata al pari dell’accordo contrattuale sul lavoro autonomo da molti freelance – era stata di fatto demolita da un sentenza del Tar Lazio, su ricorso dell’Ordine, che aveva giudicato iniqui i compensi individuati nelle tabelle economiche.

I giudici hanno rimarcato, nell’aprile 2015, che i parametri individuati “non sono proporzionati alla quantità e qualità del lavoro svolto, e del tutto insufficienti a garantire un’esistenza libera e dignitosa al giornalista autonomo”. Governo ed editori hanno fatto ricorso contro il pronunciamento dei giudici. Ora i tempi sono strettissimi per dare seguito a una legge, quella del 2012, che non ha mai trovato attuazione: l’attuale Commissione governativa è in carica fino a giugno 2016 e in quasi tre anni non ha dato ancora risultati apprezzabili, se si eccettua la delibera poi silurata dal Tribunale amministrativo.

Nella lettera è infine presente la richiesta al ministero competente di emanare “le tariffe per la liquidazione giudiziale dei compensi giornalistici, come da decreto ministeriale 140/2012 sui compensi professionali”, sul modello dei tariffari in vigore per altri ordini e che dovrebbero contemplare le condizioni economiche minime per il rispetto del decoro professionale.

(da: Rassegna Sindacale, 7 gennaio 2015, www.rassegna.it)

17 ottobre 2015

PETIZIONE: NO A UNA NUOVA LEGGE BAVAGLIO

Invito ad aderire del
Coordinamento precari e freelance FVG


Il coordinamento giornalisti precari e freelance del Friuli Venezia Giulia ha aderito, e invita a sottoscrivere, la petizione contro il rischio di nuova legge bavaglio ai giornalisti, lanciata nei giorni scorsi e che vede come primo firmatario il giurista Stefano Rodotà.

Vi viene definito “gravissimo” il disegno di legge già approvato alla Camera, e ora all'esame del Senato, che delega al Governo a predisporre le norme sulla pubblicazione delle intercettazioni.

Nella petizione viene denunciato come non possa essere il Governo a stabilire quali siano le notizie rilevanti da far conoscere ai cittadini, sottraendo al Parlamento le competenze a decidere su un diritto fondamentale come quello all'informazione. Ne deriverebbe una censura preventiva sul diritto di cronaca, che consentirebbe a poteri pubblici e privati di sottrarsi al controllo dell'opinione pubblica.

La richiesta è che dal disegno di legge venga stralciata la disciplina delle intercettazioni, per restituire al solo Parlamento le decisioni su questa delicata materia, “tutelando la pienezza del diritto di informare e ad essere informati, solennemente riconosciuto dall'articolo 21 della nostra Costituzione”.

La petizione, aperta alla sottoscrizione di tutti, è promossa da Articolo 21, Associazione Arci, Libertà e Giustizia, Libertà e Partecipazione, Pressing - Giornalisti in rete.

 

Tra i primi firmatari, oltre a Rodotà, Marino Bisso, Arturo Di Corinto, Giovanni Maria Riccio, alcune centinaia di giornalisti di testate nazionali e locali, o impegnati negli enti di categoria, tra i quali i segretari dell'Fnsi, Raffaele Lorusso, dell'Usigrai Vittorio Di Trapani, e il presidente dell'Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino, assieme a personaggi pubblici, comuni cittadini e giornalisti freelance.

Tra le prime adesioni anche quella del Coordinamento giornalisti precari e freelance dell'Assostampa Friuli Venezia Giulia, attivo dal 2007 per la tutela dei diritti dei giornalisti non contrattualizzati. Tra le adesioni individuali di aderenti al Coordinamento figurano i suoi due co-portavoce, Maurizio Bekar e Ivana Gherbaz, consiglieri nazionali Fnsi, e di Alessandro Martegani, consigliere nazionale Fnsi e segretario dell'Assostampa Friuli  Venezia Giulia.

 

Il testo della petizione, con l'elenco delle adesioni raccolte, è on line all'indirizzo: http://nobavaglio.org

Il Coordinamento giornalisti precari e freelance del Friuli Venezia Giulia invita tutti, anche i non giornalisti, a sottoscrivere la petizione “perchè la libertà d'informazione è un diritto e un interesse di tutti i cittadini”
 

Si firma on line su >> http://nobavaglio.org

05 novembre 2014

CARTA DI FIRENZE, RICORSO "IMPROCEDIBILE"


Assostampa Fvg e Coordinamento precari e freelance Fvg: "Sconcertante"


Il ricorso ai sensi della Carta di Firenze sulle sottoretribuzioni dei giornalisti collaboratori, avanzato nel 2013 dall'Assostampa Friuli Venezia Giulia e dal Coordinamento precari e freelance, è stato respinto dal Consiglio di disciplina nazionale dell'Ordine dei giornalisti, giudicandolo “improcedibile”. E ciò per la “carenza di competenza” del Consiglio di disciplina del Friuli Venezia Giulia, che in primo grado aveva deliberato di archiviarlo. Il direttore del quotidiano “Il Gazzettino”, per il quale si ipotizzava l'avvio dell'iter disciplinare, risulta infatti iscritto all'Ordine della Lombardia, e quindi il Consiglio di disciplina del Friuli Venezia Giulia “non avrebbe mai potuto decidere sulla sua condotta, non essendo un proprio iscritto”.
La sentenza, che però non ha disposto il trasferimento per competenza del fascicolo al Consiglio regionale della Lombardia, lascia esterrefatti l'Assostampa Fvg e il Coordinamento precari.
Infatti, in due anni di iter procedurali, e la produzione complessiva di quasi 50 pagine di memorie e dati, di varie pezze d'appoggio, l'indicazione di decine di testimoni e di un'audizione a Roma, l'esposto del Friuli Venezia Giulia è stato per due volte respinto, senza trovare sbocchi operativi.
Nessuno ha infatti dato seguito a quanto in realtà chiesto nell'esposto, cioè alla verifica di congruità delle retribuzioni dei collaboratori “a cominciare nelle maggiori testate della carta stampata ed emittenti radiotelevisive...”. L'Ordine del Fvg, che avrebbe potuto e forse dovuto trasferire l’incartamento agli Ordini regionali territorialmente competenti, deliberò invece di aprire un'inchiesta disciplinare nei confronti dei direttori di tre quotidiani (Il Piccolo, Messaggero Veneto e Il Gazzettino), notoriamente iscritti ad altri Ordini regionali. Poi il Consiglio di disciplina territoriale archiviò l'esposto, senza effettuare alcuna audizione o verifica, ritenendo di non “poter individuare giornalisti responsabili di violazioni deontologiche”.
Il ricorso al Consiglio di disciplina nazionale si è poi scontrato con vari vincoli tecnici. Fino a quando è emerso ciò che era già noto – per la decisione dell'Ordine regionale - e cioè che si parlava di direttori iscritti ad altri Ordini regionali. Conclusione: ricorso respinto, per difetto di giurisdizione territoriale. Senza che però nessuno, né prima né dopo, trasferisse le carte al Consiglio territorialmente competente.
L'Assostampa Fvg e il Coordinamento precari e freelance esprimono quindi sconcerto e disappunto; sia per il complesso e bizantino iter procedurale, svolto senza mai avvalersi della facoltà di procedere d'ufficio (pur richiamata con forza in varie occasioni dallo stesso presidente dell'Ordine, Iacopino), sia per le due sentenze di rigetto, dal sapore burocraticamente pilatesco a fronte di un problema noto e ben documentato.
Una situazione disarmante, tale da far ormai dubitare della stessa attuabilità della Carta di Firenze a tutela dei colleghi più esposti e ricattabili. Unica ragione, questa, per la quale era stata avviata l'iniziativa del sindacato e del Coordinamento precari del Friuli Venezia Giulia, pur consapevoli sin dal principio che non bastano le carte deontologiche per risolvere il problema del precariato giornalistico nel nostro Paese. Ma evidentemente, al di là delle buone intenzioni e delle belle parole, anche nel nostro Ordine professionale burocrazia e cavilli rappresentano un muro contro il quale vanno a sbattere le iniziative a tutela della fasce più deboli della professione.

22 giugno 2014

EQUO COMPENSO, GIORNALISTI IN RIVOLTA

«Venti euro a pezzo è una truffa»

da "Articolo36"


Con il commento di Maurizio Bekar
coordinatore della Commissione nazionale lavoro autonomo Fnsi

di Marianna Lepore
Un accordo arrivato l'altroieri quasi all’improvviso tra Federazione nazionale della stampa italiana e Federazione italiana editori giornali: finalmente, dopo un anno e mezzo, sono stati stabiliti i minimi dell'equo compenso giornalistico, la legge promulgata a dicembre 2012 che dovrebbe, almeno nelle intenzioni, proteggere i tantissimi giornalisti non assunti, ad oggi oltre il 60% degli iscritti all'Ordine, dallo sfruttamento. Il compito di stabilire questi minimi spettava alla Commissione governativa presieduta dal sottosegretario Luca Liotti (prima di lui c'era stato, ai tempi del governo Letta, Giovanni Legnini), il presidente Fnsi Giovanni Rossi, il direttore generale Fieg Fabrizio Carotti, il presidente Inpgi Andrea Camporese e il presidente dell’Ordine dei giornalisti Enzo Iacopino. L'unico, per la cronaca, ad aver votato contro e ad aver immediatamente reso pubblico e criticato, sulla sua pagina Facebook, il documento con tutti i dettagli dell'accordo. 
Il risultato raggiunto dopo tanta attesa va infatti in senso contrario rispetto alle aspettative: la tabella dei compensi finisce per rendere i giornalisti autonomi potenzialmente ancora più poveri. «È un decreto truffa, contro il dettato della legge e contro quanto prescrive l’articolo 36 della Costituzione» tuona ad Articolo 36 Maurizio Bekar, coordinatore della commissione lavoro autonomo Fnsi. «L’aspetto pratico della delibera è una sotto retribuzione, non solo rispetto alle aspettative, ma rispetto alla possibilità di campare con questo lavoro. Poi certo quelli sono i minimi, ma voglio vedere se un editore applicherà di più». I numeri di cui parla Bekar sono effettivamente pessimi: secondo l’accordo sottoscritto, il trattamento economico minimo per un collaboratore coordinato e continuativo che lavora per un quotidiano producendo 144 articoli l’anno (di minimo 1.800 battute, dunque non “brevi”) dovrà avere un trattamento annuo di almeno 3mila euro, pari a 250 euro al mese. Calcolando una media di 12 pezzi al mese, significa 20 euro ad articoloPeggio della peggiore delle aspettative.
E man mano che la produzione di articoli sale c’è la contraddizione di veder diminuito il corrispettivo. «Siamo all’assurdo che più lavori meno vieni pagato. E si entra poi nella logica di dire che nonostante la frequenza della collaborazione non devi per forza essere inquadrato come articolo 1 o articolo 2, quindi come dipendente, ma puoi rimanere cococo o collaboratore esterno. Sottopagato». Sì, perché superati i 144 articoli, se il collaboratore che scrive per un quotidiano ne produce tra i 145 e i 288 sempre da 1.600 battute gli potrà essere applicato un equo compenso che sia non meno del 60% del trattamento economico minimo stabilito per i primi 144 pezzi, quindi per un totale in più all’anno di 1.800 euro. 
Uno dei punti cruciali è «se si sta al di sotto dei 3mila euro l’anno e dei 144 articoli l’equo compenso non potrà essere applicato». C’è poi un altro aspetto non di poco conto a cui evidentemente Fnsi e Fieg non hanno pensato e che invece l’Ordine dei giornalisti, per voce del presidente Enzo Iacopino, ha evidenziato con un testo scritto presentato proprio durante l’incontro tra le parti: «Ci sono due punti essenziali che non ci consentono di valutare positivamente la proposta di accordo tra Fieg e Fnsi che nel testo richiama al “lavoro autonomo”: il primo è il continuo riferimento ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, in contrasto con quanto prevede la legge sull’equo compenso che al suo articolo 1 prevede che gli interessati siano “i titolari di un rapporto di lavoro non subordinato in quotidiani e periodici, anche telematici, nelle agenzie di stampa e nelle emittenti radiotelevisive”». Non solo, continua a scrivere Iacopino, «prevedere “per lo stesso committente” un numero di articoli (144 annuali) di almeno 1.600 battute per un importo di 3mila euro complessivi con una media di 250 euro mensili significa continuare a condannare alla fame migliaia di colleghi». 
Inoltre il testo, secondo Iacopino e molti altri, è in palese violazione rispetto all’articolo 36 della Costituzione che parla del diritto di ogni lavoratore ad avere una retribuzione sufficiente a garantire a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. «La ratio della legge sull’equo compenso» conferma Bekar «doveva essere che un giornalista autonomo avrebbe dovuto avere un reddito per vivere. Ma con quelle tariffe sfido chiunque a poterci riuscire». Il vero problema di fondo secondo il coordinatore della commissione lavoro autonomo della Fnsi è che la legge invece di essere stata applicata è stata interpretata. «Bisognava applicare l’articolo 1, vedere la retribuzione dei dipendenti, i parametri di retribuzione oraria, trovare degli schemi che, ammetto, non erano facili. Come Commissione lavoro autonomo Fnsi avevamo proposto di pattuire con il datore di lavoro un tempo di lavoro, quindi il calcolo diventava matematico: se lavoravi 12 mesi da autonomo per quel datore di lavoro percepivi la stessa retribuzione lorda del dipendente. Si è però voluta introdurre artificiosamente una restrizione dell’area dei collaboratori a cui applicarla, solo e unicamente per venire incontro alle esigenze degli editori. Si sono inventati il parametro dei 3mila euro, e abbiamo pure avuto “fortuna” che non l’abbiano fissato a 5mila». 
La proposta della Clan Fnsi era sul tavolo della commissione presentata ufficialmente,«ma nessuno l’ha voluta portare al voto. Mai approvata e mai respinta». Così, prosegue Bekar, «dall’applicazione della legge si è passati a una trattativa tra le parti. Da questa logica è scaturito a questo obbrobrio giuridico contro la legge. E oltre alla parte giuridica, diciamoci la verità, ma uno come cavolo può campare con quelle cifre?» chiede animandosi sempre di più. Il testo concordato da Fieg e Fnsi potrebbe portare a ricorsi giudiziali. Per tanti aspetti: primo fra tutti perché si applica solo ad alcuni tipi di contratto, e poi perché introduce delle categorie limite di pezzi al mese. Mentre l’articolo 1 della legge sull’equo compenso, come riporta anche il testo presentato dall’Ordine, identifica come destinatari tutti i «titolari di un rapporto di lavoro non subordinato». 
Questo testo poi finirà per applicarsi, come spesso capita, solo agli sfortunati, quindi a quelli che non hanno un potere contrattuale tale da poter contrattare con il direttore il valore monetario del proprio lavoro. Per questo motivo Bekar lancia una provocazione: «Se chi ha approvato quella delibera ritiene che sia un punto di avanzamento per gli autonomi, sia coerente: abbandoni il lavoro di contrattualizzato e vada a lavorare da autonomo a quelle condizioni».
(21 giugno 2014)



Il resto dell'articolo al link: 
http://www.articolo36.it/articolo/equo-compenso-accordo-tariffario-fnsi-fieg

I parametri e gli importi approvati dalla Commissione Equo Compenso il 19 giugno 2014 al link: https://docs.google.com/file/d/0B90uiT3hESTjM1Vnb3lCelhoU2M/edit?pli=1

04 febbraio 2014

EQUO COMPENSO PER TUTTI I NON CONTRATTUALIZZATI

Clan: "Garantire a tutti i giornalisti gli stessi diritti: oramai il 60% dei giornalisti attivi sono formalmente degli autonomi"

Segue il testo della lettera aperta dei freelance della Clan-Fnsi:

- Al Segretario Generale e alla Giunta Esecutiva della Fnsi
- Ai rappresentanti degli Enti di categoria nella Commissione per l'equo compenso: Giovanni Rossi (Fnsi), Enzo Iacopino (Odg), Andrea Camporese (Inpgi)
- Alle Assostampa regionali
- Ai rappresentanze dei giornalisti lavoratori autonomi
- A tutti i colleghi, contrattualizzati e non

Come giornalisti freelance, membri della Commissione nazionale lavoro autonomo Fnsi (Clan), attivi nostre realtà regionali e negli Enti di categoria, esprimiamo la nostra viva preoccupazione, e il nostro dissenso, riguardo l'attuale percorso d'attuazione della legge 233/2012 sull'equo compenso per giornalisti non contrattualizzati.
Un percorso che rischia di portare ad uno svuotamento della legge 233, lasciando fuori dalla sua applicazione la maggior parte degli autonomi, e togliendo nel contempo ogni forza ai tentativi di includerli nelle tutele del contratto collettivo di lavoro giornalistico.
La delibera d'indirizzo per l'attuazione della legge, approvata il 29 gennaio dalla Commissione plurilaterale per l'equo compenso, appare infatti in forte contraddizione con la lettera e lo spirito della legge 233, che all'art. 1 prevede esplicitamente che “In attuazione dell'articolo 36, primo comma, della Costituzione” l'equo compenso si deve applicare a tutti i giornalisti “titolari di un rapporto di lavoro non subordinato”. Cioè a tutti i non contrattualizzati come dipendenti.
Invece, in virtù di un'interpretazione acrobatica della legge, elaborata dal consulente scelto dal Governo, che l'ha poi fortemente sostenuta, si è giunti a deliberare che l'equo compenso sarebbe applicabile solo ai giornalisti che svolgano "lavoro parasubordinato nonché autonomo economicamente dipendente svolto in modo non sporadico". Una formulazione oscura e vaga, e come tale largamente interpretabile. Che però fa trasparire chiaramente come l'equo compenso non sarebbe applicabile a tutti, ma solo ai cococo e ai non meglio definiti “autonomi economicamente dipendenti”, escludendo tutti gli altri.
Va sottolineato che, nella riunione del 27 gennaio, il Presidente dell'Ordine dei giornalisti aveva correttamente depositato alla Commissione un parere “pro veritate”, formulato da un primario studio legale di Diritto del lavoro. Parere che riportava giuridicamente e con forza l'ambito di applicazione della legge 233 a quanto già chiaramente stabilito nell'art. 1 (cioè l'equo compenso a tutti, con la sola eccezione delle attività non professionali, cioè sporadiche o del tutto occasionali).
E' quindi sconcertante che tale parere “pro veritate” dello Studio legale Pessi e associati non risulti poi acquisito, nemmeno come documentazione e neppure citato, nella delibera finale. Come se non esistesse. Mentre continua ad esservi citato, come suo fondamento, il parere opposto del consulente del Governo, il professor Tiziano Treu, già Ministro del Lavoro.
E' poi sconcertante che nella delibera d'indirizzo si usi il termine “lavoro autonomo economicamente dipendente”, di cui però non viene definito il significato e non vi è riscontro nella legislazione italiana. E che quindi non dovrebbe avere tecnicamente alcuna conseguenza attuativa. Salvo che, tramite successive interpretazioni, non si voglia riferirlo (mutuandolo da terminologie impiegate nel dibattito teorico giuslavoristico) a un rapporto di sostanziale e prolungata monocommittenza con un unico datore di lavoro. Riducendo così drasticamente l'area degli autonomi ai quali si potrebbe applicare la legge.
Ma le ambiguità nel testo d'indirizzo non terminano qui.
Infatti, da una lettura dei paragrafi 2 e 3 a pagina 7 della delibera, si evince che neppure i tanti colleghi oggi formalmente autonomi, che però svolgono incarichi per i quali avrebbero dovuto essere assunti e retribuiti come dipendenti, potrebbero rivendicare l'equo compenso. Il che si risolverebbe in una doppia penalizzazione: non essere stati (e non per propria colpa) assunti, e non avere nemmeno il diritto all'equo compenso.
Viceversa, l'eventuale varo nell'ambito della legge 233 di una finora inesistente figura di lavoratore “economicamente dipendente”, ma nel contempo riconosciuto de jure come “autonomo”, potrebbe offrire una sponda giuridica per rendere più difficili le future cause per assunzione per lavoro dipendente dissimulato da autonomo.
Questi e altri passaggi della delibera ci sconcertano, e non possono non preoccuparci vivamente per le possibili conseguenze.
Ovviamente ci rendiamo conto di quanto l'attuazione della legge 233 sia pesantemente condizionata dalla concomitante trattativa per il rinnovo del contratto nazionale di categoria, e dalla netta chiusura degli editori verso l'ineludibile urgenza del riconoscimento di sostanziali diritti e tutele collettive per gli autonomi.
Editori che hanno però malauguratamente trovato in Commissione equo compenso delle sponde nell'atteggiamento del Governo. Che finora, per l'attuazione di questa legge, non ha fatto scelte a netta tutela della parte più debole, ricattabile e sottopagata dei lavoratori dell'informazione, ma ha puntato prevalentemente a mediare tra le esigenze contrapposte delle parti, sostenendo a tale fine delle interpretazioni pesantemente restrittive della Legge 233.
Il risultato è che la Commissione, presieduta dal Sottosegretario all'Editoria e informazione Legnini, in seguito a tali orientamenti, ha de facto limitato il campo di applicazione della legge 233. Cosa però che non rientra nei suoi poteri. I compiti della Commissione sono infatti già chiaramente stabiliti nella Legge 233, e sono stabilire il “quantum” e le modalità d'attuazione e controllo dell'equo compenso, e non “se e a chi” questo si possa applicare.
In questo senso le interpretazioni formulate dal professor Treu non possono prevalere sul nulla osta al testo di legge già a suo tempo affermato dalle competenti Commissioni parlamentari, oltre che dalla promulgazione dello stesso da parte del Presidente della Repubblica.
Pertanto il parere “pro veritate” del professor Pessi, meritoriamente formalizzato alla Commissione, da una parte non fa che tentare di riportare dentro la legittimità giuridica le deliberazioni della stessa. E dall'altra, proprio per queste ragioni, non può essere ignorato, per affidarsi invece a un gioco di successive interpretazioni e imponderabili contrattazioni politiche circa la portata e l'applicabilità della legge 233.
Ci rendiamo peraltro conto di come i nostri rappresentanti di categoria si siano trovati messi nell'angolo in Commissione da una maggioranza editori-Governo, e da uno stato d'inattuazione della legge fuori ogni tempo massimo. Dovendo così effettuare delle scelte, anche parziali e difficili. Confidando magari sulla possibilità di successive interpretazioni e contrattazioni più favorevoli.
Ma siamo anche convinti che questo piano inclinato delle “interpretazioni” corre il rischio di divenire man mano più ripido e rovinoso, fino a svuotare di quasi ogni portata la legge 233. E, invece di risolvere dei problemi, di generare un'ampia serie di contenziosi, anche giudiziali.
Siamo pertanto convinti che, per uscire da questo pericoloso piano inclinato, bisogna riportare quanto più possibile l'attuazione dell'equo compenso entro la lettera e lo spirito di quanto già prevede la legge 233, varata espressamente per dare applicazione all'articolo 36 della Costituzione anche ai giornalisti lavoratori autonomi, senza distinzione alcuna.
Riteniamo quindi che i parametri-guida debbano essere: a quanti si applicherà la legge e quanti ne resterebbero eventualmente esclusi? L'equo compenso sarà nel rispetto della lettera dell'art. 36 della Costituzione e “in coerenza con i trattamenti previsti dalla contrattazione collettiva nazionale di categoria” in favore dei giornalisti dipendenti, come prescrive l'art. 2 della legge?
Ora il testimone delle trattative è passato al rappresentante degli editori e a quello della Fnsi, per tentare di trovare un accordo, che sarà sottoposto al voto della Commissione il 28 febbraio.
Al rappresentante della Fnsi chiediamo quindi di fare tutto il possibile per riportare l'attuazione dell'equo compenso nell'alveo, nella lettera e nello spirito della legge 233.
E chiediamo agli altri dirigenti di categoria in Commissione, ai rappresentanti delle Assostampa e dei lavoratori autonomi, di sostenere in tutti i modi tale impegno e obiettivo, anche dando vita a una mobilitazione attorno alla Commissione e ai suoi lavori, sensibilizzando l'opinione pubblica, le forze politiche, il Governo, a sostenere questa battaglia.
Che non è quella di garantire dei privilegi a qualcuno. Ma di garantire a tutti gli stessi diritti, così come prevede la Costituzione. Perchè non è più tollerabile che i diritti, anche fra i giornalisti, siano riconosciuti solo a chi ha in tasca un contratto da dipendente a tempo indeterminato.
Anche perché, nei dati ufficiali, oramai il 60% dei giornalisti attivi sono formalmente degli autonomi. Una percentuale raddoppiata negli ultimi 13 anni, e in costante crescita, a fronte di una progressiva contrazione degli organici redazionali e dei giornalisti con contratti da dipendenti.
La linea-guida di ogni politica della professione dev'essere che i giornalisti dipendenti di oggi possono essere gli “autonomi” di domani. Bisogna quindi stabilire con quali diritti e tutele.

I componenti della Commissione Nazionale Lavoro Autonomo della FNSI :
Antonio Armano (Lombardia)
Maurizio Bekar (Friuli Venezia Giulia)
Susanna Bonfanti (Toscana)
Claudio Chiarani (Trentino Alto Adige)
Dario Fidora (Sicilia)
Francesca Marruco (Umbria)
Saverio Paffumi (Lombardia)
Giovanni Ruotolo (Piemonte)
Laura Viggiano (Campania)

14 dicembre 2013

CARTA DI FIRENZE: RICORSO CONTRO LO SFRUTTAMENTO NEI GIORNALI

Appello al nazionale contro l'archiviazione dell'esposto di Assostampa FVG e Coordinamento precari. Il comunicato...

L'Assostampa e il Coordinamento precari del Friuli Venezia Giulia proporranno appello al Consiglio di disciplina nazionale dell'Ordine dei giornalisti contro la decisione del Consiglio di disciplina territoriale che ha archiviato - a quasi un anno dalla sua formalizzazione e senza aver sentito né i firmatari né i testimoni indicati - l'esposto ai sensi della Carta di Firenze riguardante le condizioni di lavoro dei giornalisti lavoratori autonomi della regione.
Già in una precedente nota il sindacato dei giornalisti aveva espresso sconcerto per la decisione, definita pilatesca, motivata in quanto non si ritiene "di poter identificare giornalisti responsabili di violazioni deontologiche", e che è sembrata ispirata da una logica del "così fan tutti".
Pur riconoscendo la gravità della situazione (con retribuzioni che per i ricorrenti sono ben al di sotto di livelli ragionevolmente decorosi), il Consiglio di disciplina ha sottolineato più volte che le retribuzioni generalmente riconosciute nei maggiori giornali del Friuli Venezia Giulia sono frutto di accordo fra le parti, come se i rapporti di forza fra aziende e collaboratori fossero paritari, e i termini contrattuali non venissero imposti ai collaboratori.
Il Consiglio di disciplina, per motivare l'archiviazione della pratica, si era poi avventurato in considerazioni economico amministrative interne alle testate, anziché concentrarsi sulle proprie competenze deontologiche a tutela dei colleghi. Ma soprattutto aveva negato l'applicabilità della Carta di Firenze affermando, contrariamente alla tesi consolidata nell’Ordine nazionale, che il provvedimento mancherebbe di un regolamento attuativo, collegando la Carta all'iter di definizione dell’equo compenso ai sensi dell’omonima legge, e ciò nonostante non vi sia alcuna interdipendenza legale fra i due strumenti.
Quanto alla presunta mancanza di documentazione e di casi concreti che consentano d’identificare dei responsabili della situazione, nella nota del sindacato si sottolineava ancora che, nonostante gli undici mesi necessari per prendere la decisione d'archiviazione, nessuno dei firmatari dell'esposto era mai stato convocato per richieste di chiarimenti o di documentazione aggiuntiva, che il sindacato avrebbe fornito rapidamente e con piena disponibilità.
La decisione del Consiglio di disciplina territoriale Fvg è stata nei giorni scorsi criticata anche dal presidente nazionale dell'Ordine dei giornalisti Enzo Iacopino.


>> Qui il testo dell'esposto di Assostampa FVG e Coordinamento precari all'Ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia, l'8 gennaio 2013

>> Qui il testo della delibera di archiviazione dell'esposto, decisa all'unanimità dal Consiglio territoriale di disciplina dell'Ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia, l'11 novembre 2013

06 dicembre 2013

SE LA SCHIAVITU' E' DIFFUSA... NON E' REATO

Iacopino sull'esposto di sindacato e precari sulla Carta di Firenze, archiviato dal Consiglio di disciplina dell'Odg Fvg



"Schiavitù: se è diffusa non è reato". Il Presidente dell'Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino, ha così commentato sul suo profilo Facebook la delibera di archiviazione del Consiglio di disciplina dell'Ordine del Friuli Venezia Giulia in merito all'esposto ai sensi della Carta di Firenze che era stato presentato il gennaio scorso da Assostampa e Coordinamento precari del FVG. 

Segue il testo del commento di Iacopino.


 SCHIAVITÙ: SE È DIFFUSA NON È REATO
Le sentenze si rispettano. Suona bene. Ma ce ne sono alcune che proprio non si riesce a digerirle. In Friuli Venezia Giulia, l'assostampa e il coordinamento dei giornalisti precari aveva presentato un esposto ai sensi della Carta di Firenze contro i direttori e altri della catena di comando di Piccolo, Messaggero Veneto e Gazzettino. Il Consiglio di disciplina (organismo assolutamente autonomo per legge) lo ha archiviato. Non già perché i tre direttori sono iscritti ad altri Ordini regionali, ma per motivazioni che non mi sento di condividere. Una, tra altre. Eccola: "La situazione prospettata dai ricorrenti è ampiamente diffusa in tutte le aziende editoriali radicate sul territorio".
Sono, lo dichiaro, in aperto conflitto di interessi, essendo - come mi diceva Maurizio Bekar, uno dei firmatari dell'esposto - il "papà della carta di Firenze". Ma sento il bisogno di dire, non avendo alcun ruolo o potere in un eventuale giudizio di appello, che questa decisione mi fa star male.

(5 dicembre 2013)

Una precisazione: l'esposto presentato in gennaio in realtà non formalizzava accuse specifiche contro i direttori delle tre testate citate e la relativa catena di comando, ma si limitava ad esporre una situazione largamente diffusa e nota, chiedendo all'Ordine regionale di valutarla dal punto di vista deontologico, agendo di conseguenza.
E' stato poi l'Ordine del FVG che, per sua scelta, il 21 gennaio deliberò di aprire un'indagine disciplinare nei confronti dei tre direttori citati, piuttosto che altri. Salvo che poi di tale indagine disciplinare, pur formalmente deliberata, non si è saputo più nulla. E non vi è oggi traccia nemmeno nella delibera di archiviazione del Consiglio di disciplina regionale, al quale nel frattempo erano passate le competenze. Come se si fosse persa per strada. Il che è pure peggio di quanto stigmatizzato dal presidente dell'Ordine nazionale, Enzo Iacopino.


>> Qui il comunicato di Assostampa e Coordinamento precari

>> Qui il testo integrale della delibera di archiviazione dell'esposto, decisa all'unanimità dal Consiglio territoriale di disciplina dell'Ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia.

>> Qui il testo integrale dell'esposto di Assostampa FVG e Coordinamento precari all'Ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia l'8 gennaio 2013. 

01 agosto 2012

LA CONFERENZA STAMPA SULL'EQUO COMPENSO (report dal Senato, di Antonello Antonelli)

EQUO COMPENSO PROTAGONISTA IN SENATO: TANTI GLI ATTESTATI DI STIMA, MA POCHE CERTEZZE
(di Antonello Antonelli, 1 agosto 2012)

Una lunga giornata, quella di ieri, trascorsa al Senato per l’equo compenso: dapprima nella cerimonia del Ventaglio, alla quale ho potuto partecipare grazie alla squisita cortesia del presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Enzo Iacopino, poi al confronto-conferenza stampa con i senatori della Commissione Lavoro (dove è bloccato il disegno di legge) e con alcuni parlamentari nella sala Caduti di Nassirya.


La giornata, raccontata via Twitter in diretta (ora disponibile ordinatamente sul web grazie al gruppo Facebook “Giornalisti freelance”), si era aperta con i migliori auspici: già nell’introduzione alla cosiddetta “Cerimonia del Ventaglio” (il tradizione incontro che precede le vacanze estive tra il presidente del Senato e la stampa parlamentare), è stato chiesto al presidente Renato Schifani del ddl bloccato proprio a Palazzo Madama e proprio dall’equo compenso Schifani è partito nel suo intervento:

"Vigilerò sul tema. Il ministro Fornero mi ha telefonato qualche giorno fa per chiarirmi che non ha espresso parere negativo. La Commissione non potrà non tenere conto di questo orientamento del ministro. Fornero ha solo espresso una perplessità, ma tocca ad altri colleghi del Governo esprimersi sul disegno di legge."

Bene il segnale dato da Schifani: aprire con l’equo compenso la “Cerimonia del Ventaglio” non è cosa da poco. Meno bene il riferimento a chi deve dare il parere del Governo sul ddl: evidentemente, il presidente si riferisce al sottosegretario all’Editoria, Paolo Peluffo, che dovrà esprimersi finalmente in maniera ufficiale sul provvedimento. Ma quando? Possibile che ci voglia così tanto tempo?

Chiuso il “Ventaglio”, ci si trasferisce nella Sala Caduti di Nassirya (e qualcuno ironizza sul fatto che qui si è soliti allestire le camere ardenti dei senatori, sperando che non lo sia anche per l’equo compenso): la partecipazione di senatori e deputati è alta, buon segno, i colleghi sono tanti e la voglia di parlare pure.

Sen. Tamara Blazina
L’inizio non è certo confortante: la senatrice Tamara Blazina, che fa parte della Commissione Lavoro, gela tutti gli entusiasmi informandoci che è stato costituito un “comitato ristretto” per “valutare la nuova legge sul mercato del lavoro e sue possibili sovrapposizioni con il ddl sull’equo compenso”. I commissari pare che non vogliano “rischiare che ciascun Ordine voglia una legge per sé”. La chiosa poi è ancora più sconfortante: “Dopo l’approfondimento vedremo se andare avanti”.

Insomma, tutto rinviato alle calende greche: una cosa che fa più male di un no bello chiaro.

Quello che non riesce a capire la senatrice Blazina e probabilmente tutta la Commissione Lavoro, ma che è scritto chiaramente nel parere legale che l’Associazione Stampa Romana si è fatto fare e ha inserito nella cartella stampa dell’evento, è che la nuova legge sul mercato del lavoro esclude del tutto i co.co.co. e i membri di Ordini professionali: che cosa c’azzecca dunque l’approfondimento alla ricerca di inesistenti sovrapposizioni?

Senza contare che continua la tiritera sui “giovani” giornalisti: a dir la verità, dei tanti che hanno interesse alla legge sull’equo compenso, solo una minoranza è giovane. Io stesso giovane non sono più (a 37 anni non sono un neofita) e non ho mai visto uno straccio di contratto giornalistico.

Due concetti, questi, che espliciterà a gran voce, a chiusura dell’incontro, Maurizio Bekar, che si prenderà l’applauso più caloroso della platea dei colleghi.

Quasi a fare da contraltare al gelo sceso nella sala, arriva subito l’intervento di Enzo Iacopino, che è l’alfiere della battaglia sull’equo compenso e che non le manda a dire di certo:

"Perché il giornalista e sottosegretario Paolo Peluffo non scrive questo parere alla Commissione Lavoro? Non ci vuole poi tanto, né ci vuole tanto per approvare la legge: 15 minuti al massimo. Si vuole calendarizzare il ddl a settembre? Troppo tardi! Vero è che il presidente della Commissione, Pasquale Giuliano, mi ha detto che se mette in calendario anche l’equo compenso prima della pausa estiva, con tutti i provvedimenti e i pareri da dare, i commissari “lo uccidono”, ma temo che dietro questo rinvio ci sia una sigla: Fieg.
Noi abbiamo studiato e fatto i compiti: bastano 3 emendamenti e 15 minuti per approvare la legge, se si vuole! È una legge necessaria perché etica!
Vi racconto l’ultima: in Friuli una tv locale paga in una maniera curiosa, attraverso un conto corrente che ha uno scoperto di 10 mila euro. Cari parlamentari, volete essere complici anche di questo?"

 [foto di: Ernesta Adele Marando]
Dopo l’intervento del presidente, una serie di commenti politici interessanti, che vengono da parlamentari vicini alla nostra lotta ma purtroppo non sono quelli che dovranno votare il provvedimento:

Per Silvano Moffa (Pt) “non c’è legge in sede deliberante che possa durare così a lungo, mai successo nella storia parlamentare. Il Parlamento ha il primato sul Governo e in realtà bastano anche 15 secondi per approvare questa legge. Sono d’accordo sul fatto che calendarizzare a settembre il ddl è tardi: ci sono troppi lavori in autunno. Mi dissocio dalla sen. Blazina e dalla richiesta di un nuovo approfondimento perché è proprio la riforma del mercato del lavoro che pretende l’approvazione del ddl sull’equo compenso. Secondo me non c’è Peluffo che tenga… una legge approvata all’unanimità alla Camera con il parere favorevole del Governo non può essere bloccata al Senato: sarebbe un oltraggio alle istituzioni”.

Per il sen. Vincenzo Vita (Pd) “la Fornero ha equivocato la sua stessa riforma, visto che essa non riguarda gli iscritti agli albi professionali. Bisogna dire ad altra voce che il giornalismo precario è oggi una forma di schiavismo post moderno. Nell’era dei saperi, è nato lo schiavismo anche nelle attività intellettuali. Non si può giocare sugli equivoci perché non c’è un bollino su questo ddl: l’abbiamo adottato all’unanimità ed è in realtà solo un’aspirina”.

Per l’on. Enzo Carra (Udc) “i tempi sono strettissimi, anche perché si potrebbe andare a votare in autunno vanificando tutto il lavoro fatto finora. Alla Camera siamo stati rapidissimi per il ddl: il Governo ci mise 3 mesi per farci avere il parere e noi in 5 minuti abbiamo approvato il provvedimento. Ci sono troppi non detti su questo ddl: bisogna dire agli editori che se non seguono letteralmente la legge non prendono un euro di contributo pubblico, di questo hanno paura!”

Il sen. Elio Lannutti (Idv) è stato particolarmente colorito: ”I tecnici non sanno di cosa si parla quando vengono in commissione. Questa jena piagnens della Fornero viene a fare la sua lezione in Commissione senza sapere di che parla… Questi tecnici che ne sanno delle paghe irrisorie dei giornalisti? Che ne sanno dei colleghi con la schiena dritta?”

Onesto il sen. Giacomo Santini (Pdl), che forse era passato per caso: “Di questo problema se ne parla poco in Parlamento. Da collega prometto che spenderò la mia amicizia con Pasquale Giuliano per farlo calendarizzare al più presto”.

Poi il capogruppo dell’Idv in Senato, Felice Belisario ha sgombrato il campo da un equivoco: “L’Idv non è contraria al ddl, ci spenderemo perché sia approvato. Al nostro ufficio stampa abbiamo 6 giornalisti contrattualizzati, niente co.co.co. o co.co.pro. o partite Iva, ma contratti giornalistici. Nessuno ce li ha in parlamento”.

Interviene per “Errori di Stampa” la collega Marta Rossi, che le canta precise precise:

"Spesso noi precari siamo ostacolati anche dai colleghi contrattualizzati. Vogliamo solo l’applicazione del contratto nazionale. La legge sull’equo compenso serve anche per fermare lo sfruttamento dei precari da parte degli editori. Siamo in prima linea, con sindacato ed Ordine, per l’approvazione della legge. La non applicazione del contratto è una truffa ai danni di lavoratori, Inpgi, Casagit e Stato."

Finalmente si materializza in sala il presidente della Commissione Lavoro. Uno di quelli che può fare qualcosa materialmente, ma è una delusione. Prima cerca di giustificare il rallentamento dei lavori in commissione con la grande mole di provvedimenti arrivata, poi si compiace del dietro front della Fornero (ed afferma che farà finta di aver sentito solo le smentite fatte telefonicamente al presidente Iacopino e al presidente Schifani), ma alla fine continua a sostenere la necessità, al pari della collega Blazina, del comitato ristretto per verificare la compatibilità del ddl con la riforma del mercato del lavoro.

Insomma, si insiste su questo punto che si può tradurre solo in un modo: si dilazionano i lavori quel tanto che basta per farli stagnare ed arrivare a fine legislatura. Questo vogliamo impedire. Questo tutto l’arco costituzionale – tranne purtroppo i commissari presenti in Commissione Lavoro – chiede: fare in fretta.

Dopo gli interventi di Moira Di Mario e della rappresentante di “Gi.u.li.a.”, Maurizio Bekar dà voce davvero a tutti i precari:

 [foto di: Ernesta Adele Marando]
"Ho 53 anni e non ho mai avuto un contratto… Basta parlare di giovani! Ci sono tra di noi, ma non sono tutti. Abbiamo capito che si sta tentando di arrivare alla fine della legislatura nonostante l’unanimismo.
Il ddl non costa un euro allo Stato e non c’è bisogno di approfondimenti tecnici. La riforma del mercato del lavoro non incide su cococo e iscritti agli albi: questo è chiarissimo! Quali approfondimenti servono? A chi dà fastidio questo ddl? Ai datori di lavoro…ovvio! Il giornalista non ha clienti ma datori di lavoro! Siamo pagati a cottimo!"

Chiude Roberto Natale, presidente della FNSI, con una frase ad effetto, purtroppo vera: “Il ddl non è contro gli editori, ma contro i pirati che fanno caporalato”. Evidentemente tutti gli editori sono ormai pirati.

Poi, una carrambata, annunciata dal presidente Iacopino, che ha ricevuto questa mail da una collega che si era rivolta alla Presidenza del Consiglio per segnalare i ritardi nell’approvazione dell’equo compenso:

"Grazie per averci scritto. Il Governo è particolarmente attento alla voce dei cittadini……. I rallentamenti nellapprovazione del testo sono stati causati dalla necessità di inserire nell’agenda dei lavori parlamentari la discussione e approvazione di altri provvedimenti, ritenuti prioritari. Il disegno di legge, tuttavia, non è stato accantonato. Il Governo ha già espresso parere favorevole, per il tramite del Sottosegretario all’editoria, Paolo Peluffo. Recentemente, è intervenuto sul tema anche il Presidente della Repubblica. So che c’è un largo consenso tra le forze politiche ha dichiarato il Presidente a volte per fortuna questo accade, mi auguro che nel secondo ramo del Parlamento e cioè al Senato, si proceda rapidamente. Il capo dello Stato ha anche preso l’impegno di segnalare la questione al Presidente del Senato. Le suggeriamo quindi di monitorare l’andamento dei lavori del Senato per avere notizie in merito allo stato di avanzamento del provvedimento. I lavori possono essere seguiti attraverso questo link: http://www.senato.it/lavori/index.htm. Le ricordiamo inoltre che ha facoltà di scrivere agli onorevoli Deputati e Senatori, illustrando loro le sue osservazioni e richieste. Cordiali saluti, Ufficio stampa e del Portavoce"
Insomma, una risata liberatoria ma amara chiude l’incontro. Che certamente è andato bene, ma che non ci ha dato alcuna certezza positiva. Infatti, l’intento dilatorio della Commissione è venuto allo scoperto, ma finalmente sappiamo chi è con noi è chi è contro di noi. Adesso vanno solo moltiplicati gli sforzi su tutti i parlamentari, su tutte le forze politiche, su tutto l’arco costituzionale perché si faccia capire ai commissari che dovranno votare a settembre (si spera) che l’equo compenso è una norma di civiltà ed è soprattutto un presidio di libertà e di indipendenza dei giornalisti, come hanno scritto chiaramente il presidente della Camera, Gianfranco Fini, e il suo omologo del Senato, Renato Schifani, nei loro messaggi scritti ai partecipanti all’incontro di ieri.

Ci riusciremo? Sperare non è vietato. Impegnarsi è un obbligo morale


(Fonte: www.antonelloantonelli.com)