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12 luglio 2022

ASSOSTAMPA FVG PER LA DIFESA DEL LAVORO AUTONOMO E PRECARIO

Il sindacato regionale fa propria la mozione
 del Consiglio nazionale FNSI per l'equo compenso
e a tutela del lavoro autonomo e precario 
Modificare le norme per l'elezione degli autonomi


Il Consiglio direttivo dell’Assostampa FVG, riunito a Trieste l'11 luglio 2022, assume come propria la mozione approvata dal Consiglio Nazionale della Fnsi il 30 giugno sul lavoro giornalistico autonomo e l’equo compenso, e contro la precarizzazione dell'art. 21 della Costituzione.

Come anche richiamato dalla mozione sul lavoro autonomo approvata al XVIII Congresso FNSI del 2019, evidenzia come necessari e urgenti:

- l’emanazione da parte del Ministero della Giustizia dei parametri per la liquidazione giudiziale dei compensi, ai sensi della legge 27/2012, poi definiti come “Equo compenso” dalla legge 172/2017;

- l’attuazione della legge 233/2012 sull’equo compenso per i collaboratori delle testate giornalistiche, che impone la coerenza retributiva tra lavoro autonomo e subordinato;

- l’emersione del “falso lavoro autonomo” e la sua inclusione nel Contratto collettivo di lavoro giornalistico.

In questo senso il Direttivo condivide anche l’indicazione di assumere tutte le opportune forme di pressione, lotta e manifestazione contro le inadempienze sull’Equo Compenso, e ad organizzare una mobilitazione generale della categoria contro la crescente precarizzazione dell’art. 21 della Costituzione, a partire dallo sfruttamento derivante  dalla disparità di trattamento tra giornalisti e attraverso l’uso illegittimo di finti rapporti di lavoro autonomo.

Propone infine al Segretario generale e al Consiglio Nazionale della Fnsi di modificare l’art. 43 del Regolamento sul lavoro autonomo come segue: 

“Nell'Assemblea nazionale e nelle Assemblee regionali godono di elettorato attivo e passivo i giornalisti iscritti alle AA.RR.SS. e (alla Gestione separata dell'Inpgi) all’Inpgi, che percepiscano esclusivamente o prevalentemente redditi da lavoro autonomo…”, restando invariato il resto dell’art. 43.

Ciò per reintrodurre nelle norme sull’elettorato attivo e passivo il criterio della “prevalenza” dei redditi di lavoro autonomo, invece della sola “esclusività”: criterio già affermato con la circolare interpretativa del 9 marzo 2010, a firma del Segretario generale, e considerato vigente fino alla riforma del Regolamento Fnsi del giugno 2019, che non lo riprendeva esplicitamente.

A parere del Direttivo dell’Assostampa FVG, nelle odierne condizioni di mercato del lavoro la clausola dell’esclusività professionale risulta troppo restrittiva, e pare più attuale una clausola di “prevalenza” di reddito da lavoro giornalistico autonomo, piuttosto che quella di una sua esclusività.

(mozione approvata all’unanimità)

Coordinamento giornalisti precari e freelance
e Commissione regionale lavoro autonomo
dell'Assostampa Friuli Venezia Giulia

Restiamo in contatto:


Vedi anche il nostro blog:
http://freelancefvg.blogspot.it

31 marzo 2014

EQUO COMPENSO, DIRITTO DI TUTTI: UNA PROPOSTA IN PARLAMENTO

La legge 233/2012 è un esempio per tutti i lavoratori




di Maurizio Bekar e Dario Fidora

Mentre l’equo compenso per i giornalisti lavoratori autonomi pare incagliato e fortemente limitato da una delibera della commissione attuativa, c’è invece chi prende ad esempio la legge 233/2012 sull’equità retributiva dei giornalisti per estenderla a tutti i lavoratori. Cioè anche a quelli di ogni altro settore, se non inquadrati come dipendenti, applicando le condizioni del contratto collettivo più pertinente. E, per farlo, ha elaborato una proposta quasi uguale alla legge già approvata per i giornalisti. (Ma, allora, perchè in tanti affermavano che la legge 233 era fatta male, inapplicabile, da interpretare, forse anche illegittima… mentre ora invece viene ripresa per applicarla a tutti i lavoratori autonomi, anche di altri settori?).

L’iniziativa nasce dalla deputata del PD Chiara Gribaudo, che sta dando seguito assieme ad altri parlamentari ad alcune proposte avanzate da “Alta Partecipazione”, un coordinamento di associazioni di giovani, precari e professionisti di vari settori, che stanno formulando “dal basso” delle proposte d’intervento legislativo sul mondo del lavoro, il fisco, la previdenza, il diritto allo studio. Fra quelle presentate in una conferenza alla Camera dei deputati il 17 marzo scorso figurano il contratto d’inclusione, l’indennità di disoccupazione universale, il Servizio per il lavoro.

Nel frattempo, già dal maggio 2013, l’on. Chiara Gribaudo ha presentato in Commissione Lavoro della Camera, come prima firmataria (assieme a tutti i parlamentari PD della Commissione) una proposta di risoluzione che impegni il Governo a istituire una Commissione per la valutazione dell’equo compenso, nei settori nei quali non esiste una specifica disciplina contrattuale delle retribuzioni. Commissione che abbia “il compito di definire l’equo compenso dei lavoratori subordinati, o autonomi ovvero professionisti, avuto riguardo alla natura e alle caratteristiche della prestazione nonché in coerenza con i trattamenti previsti dalla contrattazione collettiva nazionale di categoria in favore dei titolari di un rapporto di lavoro subordinato di settori contigui ovvero equivalenti”.

In questa pagina del sito web della Camera il testo integrale della proposta di risoluzione:

Di seguito, invece, la bozza della proposta di legge per l’estensione dell’equo compenso a tutti di lavoratori, di ogni settore, se non coperti da un Contratto collettivo di lavoro nazionale (il testo della legge 233/2012 approvata per i giornalisti, che è quasi uguale, è disponibile qui:

L’equo compenso, insomma, non è un legge mal fatta, incostituzionale e inapplicabile, come si sentiva dire per i giornalisti freelance, ma un diritto di tutti i lavoratori, che discende dall’art. 36 della Costituzione. Quello sì, troppo spesso, volutamente ignorato e inapplicato.

[di seguito la bozza della proposta di legge di "Alta Partecipazione" e dell'on. Gribaudo]

PROPOSTA DI LEGGE

ISTITUZIONE DELL’EQUO COMPENSO

Art. 1 – Finalità, definizioni e ambito applicativo

1. In attuazione dell’articolo 36, primo comma, della Costituzione, la presente legge e’ finalizzata a promuovere l’equità retributiva di tutti i lavoratori sia titolari di un rapporto di lavoro subordinato sia titolari di rapporto di lavoro non subordinato per i quali non sia già presente una regolazione dei salari ovvero dei compensi prevista dai contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.
2. Ai fini della presente legge, per equo compenso si intende la corresponsione di una remunerazione proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, tenendo conto della natura, del contenuto e delle caratteristiche della prestazione nonchè della coerenza con i trattamenti previsti dalla contrattazione collettiva nazionale di categoria sottoscritta dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

Art. 2 – Commissione per la valutazione dell’equo compenso nel lavoro

1. E’ istituita, presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, la Commissione per la valutazione dell’equo compenso, di seguito denominata «Commissione».
2. La Commissione è istituita entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge ed è presieduta dal Ministro del Lavoro ovvero da suo incaricato.
Essa e’ composta da:
a) un rappresentante del Ministero del lavoro e delle politiche sociali;
b) un rappresentante del Ministero dello sviluppo economico;
c) Tre rappresentanti delle associazioni dei datori di lavoro e dei professionisti comparativamente più rappresentative sul piano nazionale;
d) Tre rappresentanti delle organizzazioni sindacali dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale;
e) Un rappresentante del CNEL.
3. Entro due mesi dal suo insediamento, la Commissione, valutate le prassi retributive nei settori o per le modalità lavorative per le quali si registra o viene segnalata l’assenza di una specifica regolazione dei compensi:
a) definisce l’equo compenso dei lavoratori subordinati ovvero autonomi ovvero professionisti, ivi comprese le attività riferibili all’Enpals e la parte di prestazione lavorativa connessa alla cessione del diritto d’autore, avuto riguardo alla natura e alle caratteristiche della prestazione nonchè in coerenza con i trattamenti previsti dalla contrattazione collettiva nazionale di categoria in favore dei titolari di un rapporto di lavoro subordinato di settori contigui ovvero equivalenti.
b) La Commissione definisce l’equo compenso entro 60 giorni dalla segnalazione di assenza di equo compenso ovvero dalla verifica diretta di assenza dello stesso.
c) Il compenso viene istituito, entro 30 giorni dall’espressione della Commissione per ogni singolo settore o ambito, con apposito decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali.
4. La Commissione dura in carica tre anni. Alla scadenza di tale termine, la Commissione cessa dalle proprie funzioni.
5. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali provvede all’istituzione e al funzionamento della Commissione avvalendosi delle risorse umane, strumentali e finanziarie di cui dispone. Ai componenti della Commissione non e’ corrisposto alcun compenso, emolumento, indennità o rimborso di spese.

Art. 3 – Relazione annuale

1. Il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali trasmette ogni anno una relazione alle Camere sull’attuazione della presente legge.

Art. 4 – Clausola di invarianza finanziaria

1. Dall’attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

27 dicembre 2013

EQUO COMPENSO: UN PROMEMORIA E ALCUNI CHIARIMENTI

Il commento di Maurizio Bekar* 
(dal sito web di Articolo 21)

Il 9 gennaio verrà riunita la Commissione plurilaterale istituita presso il Dipartimento per l'Informazione del Governo, per votare una delibera d'indirizzo per l'individuazione dell'equo compenso. E in questi giorni di ferie è lasciato il tempo ai membri della Commissione per formulare osservazioni e proposte, prima del voto della delibera.

Avendo lavorato a lungo sul tema, assieme ad altri freelance, mi sento quindi in diritto e in dovere di sottolineare che, fin dal marzo scorso, è stata formalizzata una proposta d'individuazione dell'equo compenso, elaborata dalla Commissione nazionale lavoro autonomo della Fnsi. Cioè proprio da quei lavoratori autonomi che il problema della precarizzazione del lavoro giornalistico lo vivono quotidianamente sulla propria pelle.
E' una proposta che individua l'equo compenso con i parametri di retribuzione dei giornalisti dipendenti (così come prescrive la legge 233/2012) e, in caso di disaccordo, rimanda alle tabelle dei compensi minimi del 2007 dell'Ordine dei giornalisti, rivalutate dell'inflazione.
E questa è la proposta da tempo formalizzata al tavolo plurilaterale dell'Equo compenso da parte della Fnsi. Dove però non pare godere di facile cittadinanza, osteggiata apertamente dagli editori, ma anche da una serie di resistenze e distinguo ben difficilmente comprensibili. A meno che l'intento non sia quello di affossare l'equo compenso, o ridimensionarlo e renderlo inutile, o di trasformarlo in una discussione infinita senza sbocchi operativi.
Lungi dal pensare di avere in tasca il libro della verità, mi pare utile esplicitare qui gli assunti sui quali quella proposta d'attuazione è nata e si basa. In modo da fugare possibili equivoci. Ma anche “a futura memoria”; perchè pure quella, nella vita, conta.
Di equo compenso, nella Commissione nazionale lavoro autonomo Fnsi, ne abbiamo discusso per quasi due anni, e cioè ben da prima dell'approvazione della legge 233/2012. E ci siamo talvolta anche litigati, fra freelance, non individuando dei parametri convincenti e largamente condivisi.
Ci è infatti alla fine risultato chiaro che stabilire un compenso minimo uguale per tutti era impossibile, perchè altamente soggettivo: ciò che poteva sembrare una conquista epocale per i sottoretribuiti da 3-5-10 euro al pezzo (per esempio ipotizzando 20-30 euro lordi) era tacciato da sottoretribuzione da quelli che, dovendo campare davvero di questo lavoro, già oggi combattono per farsi pagare di più. E c'era il ragionevole rischio che a stabilire “per legge” tale importo fisso, inevitabilmente si sarebbero poi livellate al ribasso le retribuzioni oggi maggiori, con il pretesto che “questo è l'equo compenso stabilito per legge”.
Ipotizzare invece un “equo compenso minimo uguale per tutti”, ma parametrato alle retribuzioni più elevate delle testate nazionali, avrebbe probabilmente tutelato gli autonomi oggi meglio retribuiti, ma sarebbe anche stato oggettivamente impraticabile per le piccole testate locali.
Ma anche prendere come parametri retributivi le “tabelle” a pezzo per i collaboratori ex articoli 2 e 12 del contratto FIEG avrebbe generato problemi analoghi: inapplicabili o troppo elevate per delle micro-collaborazioni locali fatte anche di “brevi”, e viceversa troppo basse per chi del lavoro di freelance ci dovrebbe campare. Ricordiamoci infatti che quelle cifre tabellari sono lorde, ma di collaboratori inquadrati come dipendenti, e quindi con altri costi (contributi etc.) a carico dell'azienda. Inoltre quelle tabelle vengono spesso aggirate al ribasso dagli editori, considerandole non "il minimo di retribuzione contrattuale", ma “la retribuzione omnicomprensiva per tutti i pezzi forniti”, o con solo minimi aggiustamenti.
Come Commissione lavoro autonomo siamo infine giunti, dopo un non semplice processo di discussione, alla conclusione che l'equo compenso potesse essere rapportato solo (e in proporzione) alle retribuzioni dei dipendenti. Che è poi ciò che prescrive la legge 233/2012. In altre parole: se un freelance lavora full time per 1 mese per una testata, questi deve percepire NON MENO di quanto lì guadagna un dipendente. Anzi: di più, perchè il freelance si assume in proprio vari costi che per il dipendente vengono coperti dall'editore (contributi, malattia, ferie, tfr, tredicesima, rischi, etc.). E se vi lavora per soli 15 giorni al mese, ne deve percepire la metà, e così via.
E, secondo la proposta della Commissione Lavoro autonomo, se si lavora per testate diverse, i compensi devono essere sempre proporzionati alla retribuzione del dipendente, a seconda dei rispettivi contratti collettivi applicati (FIEG, USPI, Aeranti-Corallo) e del tempo di lavoro impiegato (1 giorno, 7 giorni, 1 mese...).
Così che, se si lavora tutto l'anno per più testate diverse, alla fine si possa percepire complessivamente la stessa retribuzione (lorda) di un dipendente.
L'applicazione della proposta è poi semplice: per ogni incarico va concordato il tempo di lavoro necessario per il suo adempimentoe quello dev'essere pagato in proporzione alla retribuzione del dipendente. Mentre in caso di disaccordo si fa riferimento al tariffario dell'Ordine dei giornalisti del 2007, rivalutato dell'inflazione (tariffario che, non a caso, anche oggi può essere preso da un giudice come riferimento di congruità retributiva in una causa di lavoro).
In questo modo non si deve impazzire nei conteggi di quante brevi, foto, articoli e rigaggi sono stati prodotti per individuare l'equo compenso: si patteggia solo un tempo di lavoro ritenuto necessario per l'incarico, e quello viene pagato in proporzione alla paga (lorda) del dipendente. Fatta salva la facoltà di patteggiare anche importi più elevati. E il tariffario dell'Ordine del 2007 viene richiamato solo in caso di disaccordo, o per decisione consensuale delle parti (freelance e datore).
Il punto forte di questa proposta non sta però solo nella facilitazione dei conteggi, e nella piena aderenza al dettato della legge 233/2012, ma anche nel fatto che soddisfa una condizione posta fin dall'inizio dal Sottosegretario all'Editoria: che non si poteva varare un tariffario dell'equo compenso. Perchè questo sarebbe risultato in contrasto con il decreto sulle liberalizzazioni delle professioni e con le norme europee. E quindi si potevano solo individuare dei “parametri di riferimento”, da cui poter poi derivare il calcolo l'equo compenso.
Bene: la proposta d'individuazione dell'equo compenso formulata dalla Commissione nazionale lavoro autonomo della Fnsi soddisfa appieno tutte queste condizioni.
Viene quindi da chiedersi perchè per mesi non sia mai stata seriamente discussa nel merito in Commissione Equo Compenso. Viene da chiedersi perchè si siano volute percorrere altre strade. Viene da chiedersi perchè i lavori della Commissione sono da tempo visibilmente impantanati. Vengono da chiedersi molte cose.
Ma queste potranno essere argomento di altre riflessioni, a tempo debito. Per ora limitiamoci a chiarire a tutti ciò che prevede la proposta d'individuazione dell'equo compenso formulata dalla Commissione nazionale lavoro autonomo Fnsi. E che ciascuno si faccia la sua idea.
Poi vediamo che accadrà, e ne riparleremo alla prossima puntata...

* Maurizio Bekar
membro della Commissione nazionale lavoro autonomo Fnsi
vicesegretario dell'Assostampa Friuli Venezia Giulia

14 novembre 2013

IL LAVORO AUTONOMO UN ELEMENTO DEFLAGRANTE. ORA, DALLE ANALISI ALLE BUONE PRATICHE


Il contributo di Maurizio Bekar
per il Rapporto LSDI 2012
“Il Paese dei giornalisti”

Da "Il paese dei giornalisti", il rapporto 2012 di LSDI sulla professione giornalistica in Italia, presentato il 5 novembre 2013 a Roma, il contributo di Maurizio Bekar (freelance vicesegretario Assostampa FVG, consigliere nazionale e coordinatore della Commissione nazionale lavoro autonomo Fnsi), sul lavoro autonomo.


Non è un segnale, ma un grido d’allarme
, e a pieni polmoni. Il rapporto di Lsdi sulla condizione della professione giornalistica in Italia, elaborato a partire dai dati ufficiali, fotografa di anno in anno una situazione sempre più drammatica. E oramai insostenibile per la maggior parte della categoria. Dai dati emerge infatti la crisi del settore e dei capisaldi tradizionali che lo reggevano (contratto, tutele, carriera, status, pensione…). E la costante crescita dei lavoratori autonomi, divenuti oggi il 60% dei giornalisti attivi, spesso sottopagati sotto la soglia dell’autosufficienza economica. Ma quando la retribuzione media degli autonomi varia dai 9.000 al 12.800 euro lordi l’anno (con spese, contributi e rischi a carico), e il 49% di questi ha un reddito inferiore ai 5.000 euro, questa oramai non è solo una condizione eticamente inaccettabile, o un’emergenza, ma un elemento deflagrante per la tenuta della professione.

Il rapporto di Lsdi evidenzia vari elementi critici: troppi giornalisti iscritti all’Ordine (di cui meno della metà risulta attiva), contrazione degli organici delle redazioni, caduta delle sicurezze lavorative e pensionistiche anche per i tradizionali “garantiti” (cioè i contrattualizzati a tempo indeterminato).

Ma l’elemento più deflagrante, oggi e in prospettiva, credo sia quello del lavoro autonomo (e anche quello “fittiziamente autonomo”, in riferimento alle tante posizioni che dovrebbero invece venir più correttamente inquadrate come dipendenti). E’ infatti intuitivo che se il 60% dei giornalisti attivi oggi costa agli editori infinitamente meno di un dipendente (dalle 5 alle 7 volte, rispetto alle sole retribuzioni lorde, e non ai costi aziendali complessivi di un dipendente), unitamente ai vantaggi dell’esternalizzazione dei costi di produzione e della possibilità di avere “mano libera” nei rapporti con i collaboratori, la strada per l’editore che punti solo a massimizzare i profitti è già chiaramente tracciata: il destino sarebbe quello dell’ulteriore contrazione delle redazioni stabili e degli assunti, con il parallelo aumento del lavoro autonomo sottopagato e senza diritti. 

Che tutto ciò sia un danno per gli autonomi è evidente. Ma la crescita del lavoro precarizzato e sottopagato è una minaccia anche per i contrattualizzati o aspiranti tali. Che, come già avviene, possono vedersi costretti dopo una crisi aziendale o la perdita del lavoro a riconvertirsi in freelance, in un mercato drogato dalla manodopera a basso costo e fortemente ricattabile per l’urgenza economica. E’ però anche evidente che il lavoro precarizzato e sottopagato, oltre che alla disperazione di chi lo subisce, non porta alla prospettiva di una pensione congrua, ma neppure ad apporti economici significativi per la stabilità degli enti di categoria (Inpgi e Casagit).

Per queste ragioni è necessario che il sindacato (in tutte le sue articolazioni, anche territoriali ed aziendali) in ogni rinnovo contrattuale e vertenza tratti con forza e in termini unitari in rappresentanza di tutti i lavoratori: contrattualizzati e collaboratori esterni. Partendo dal presupposto che il sistema dell’informazione è oramai formato in media per il 60% da collaboratori. E che, se non si riesce a trattare e imporre anche con la forza organizzata dei contrattualizzati tutele, diritti e retribuzioni congrue per gli esterni, alla fine le strutture sindacali si ridurranno a rappresentare di fatto solo i dipendenti, cioè solo il 40% del reale circuito produttivo, una percentuale oltretutto in calo. Con danni per i collaboratori, che sempre meno si potranno sentire rappresentati dal sindacato, e per la tenuta complessiva degli enti di categoria.

Una chiosa a questo punto è doverosa: è innegabile che le tendenze del mercato del lavoro vanno verso l’aumento del lavoro autonomo e alla contrazione di quello dipendente a tempo indeterminato. Senza volere rinunciare al corretto inquadramento dei rapporti di lavoro (puntando cioè al riconoscimento di posizioni da dipendente, ove ne sussistano le condizioni), è però altrettanto necessario non avere solo questo orizzonte, ma anche strategie flessibili, realiste e inclusive verso gli autonomi, al fine di “non lasciare nessuno indietro e senza tutele”.

E’ quindi indispensabile una battaglia per l’equo compenso degli autonomi (sia ai sensi della legge 233/2012 in materia, sia grazie ad accordi aziendali e tra le parti sociali). Un equo compenso che non può però essere solo caritativo e “ragionevole” (per gli editori), ma che tenga conto “della coerenza” (ovviamente quantificata in proporzione) con i trattamenti previsti per i dipendenti. Cioè esattamente quanto prevede la legge 233/2012 sull’equo compenso; e come analogamente prevede la riforma Fornero del mercato del lavoro per i trattamenti dei co.co.pro.

Ciò in coerenza con una tesi da sempre sostenuta dal movimento sindacale, e cioè che “a uguale lavoro, uguale paga”, e che pertanto il lavoro autonomo non può costare meno di quello dipendente. Anche perchè un lavoro autonomo più economico porterebbe ineluttabilmente alla progressiva diminuzione di quello dipendente, e alla conseguente perdita di peso e ruolo del contratto collettivo di categoria, con tutte le sue garanzie e tutele.

In questo scenario di crescente emergenza un ruolo rilevante lo ricopre anche l’Ordine. Di cui da tempo si parla della necessità di una profonda riforma. Senza entrare qui nel merito delle varie proposte ed aspetti tecnici, o anche di tesi abolizioniste, credo però che almeno un’idea-guida dovrebbe unire tutti, e trascinarsi poi dietro il resto. E cioè che l’Ordine dovrebbe rappresentare tutti quelli che esercitano effettivamente la professione, anche solo saltuariamente, ma in forma retribuita e con il pagamento dei contributi. Altrimenti si è di fronte a un hobby, a del volontariato, o all’espressione del proprio pensiero, ma non certo a una professione, che deve produrre un reddito.

In questo senso, rispetto al dato abnorme dei circa 112.000 iscritti all’Ordine, di cui solo 47.000  attivi e circa 50.000 che non versano alcun contributo all’Inpgi (e che quindi si suppone non esercitino alcuna attività) andrebbe fatta una radicale riforma, per ripulire dagli albi da chi non esercita attività retribuita, con il connesso pagamento dei contributi. L’Ordine dovrebbe cioè rispecchiare e rappresentare chi la professione la svolge effettivamente, riscontrando questo dato dalla dichiarazione dei redditi e non solo dal versamento annuale della quota d’iscrizione. Il tutto, a scanso di equivoci, affrontando parallelamente la questione delle migliaia di collaboratori sottopagati, per i quali una pura ammissione all’Ordine “per censo” si risolverebbe di fatto in una loro ulteriore ed ingiusta penalizzazione. Quasi che la responsabilità delle sottoretribuzioni gravitassero solo sulle loro spalle e scelte.

Per contro andrebbe perseguito con rigore chi esercita attività giornalistica senza essere iscritto all’Ordine e in regola con i versamenti Inpgi. E anche questa sarebbe una forma di tutela per migliaia di autonomi sottopagati, che oggi si trovano a fronteggiare la concorrenza di chi, campando primariamente di altre attività, può anche accettare condizioni che un professionista, che deve ricavarne un reddito e campare, non accetterebbe mai.

Credo perciò che sia urgente approfondire una riflessione, e non solo teorica, su quella chiave di volta del circuito produttivo giornalistico che oggi è il lavoro autonomo. Che non può  più essere un sinonimo di “lavoro precario e senza diritti”; né una variabile dipendente del lavoro contrattualizzato o la prima valvola di sfogo delle crisi aziendali. In questo senso il rapporto di Lsdi è un prezioso strumento di lavoro. Dunque usiamolo, facendo seguire all’analisi dei dati le buone pratiche. E facendo ciascuno di noi la propria parte.

 * Maurizio Bekar
  Coordinatore della Commissione nazionale lavoro autonomo Fnsi
consigliere nazionale Fnsi


L'intervento audio integrale di Maurizio Bekar al Rapporto LSDI (5/11/2013):


Una sintesi del rapporto LSDI, e il testo integrale, su: www.lsdi.it/2013/giornalisti-la-bolla-del-lavoro-autonomo/


L'intervento di Maurizio Bekar è anche sul sito web:
www.articolo21.info

14 agosto 2013

CHE FINE HA FATTO L'EQUO COMPENSO PER I FREELANCE?


Riguardo i gravi ritardi nell'attuazione della legge sull'equo compenso, e il parallelo avvio di nuovi piani di sostegno all'editoria (annunciati dal Sottosegretario Giovanni Legnini il 6 agosto 2013), rilanciamo un articolo del collega Maurizio Bekar, vicesegretario dell'Assostampa FVG e coordinatore della Commissione nazionale lavoro autonomo Fnsi, pubblicato dal sito web dell'Associazione Articolo 21.

Di seguito il pezzo, e il link per leggerlo sul sito di www.articolo21.org.


CHE FINE HA FATTO L'EQUO COMPENSO PER I GIORNALISTI FREELANCE?
di Maurizio Bekar *

Che fine ha fatto l'equo compenso? Quello per i giornalisti lavoratori autonomi, stabilito dalla legge 233/2012: in vigore da gennaio, ma inapplicata perché non ne sono state ancora emanate le norme attuative. E questo sebbene la maggioranza dei giornalisti siano oggi freelance e cococo che, per la mancanza delle tutele di un contratto da dipendente, lavorano in condizioni fortemente sottopagate, e spesso sotto la soglia della povertà.
Nel frattempo il 6 agosto è stata annunciata l'intesa tra il Governo e i rappresentanti di editoria ed informazione per degli interventi pubblici per favorire la ripresa del settore. Interventi, beninteso, ragionevoli e condivisibili. Ma la loro erogazione dovrà essere condizionata al rispetto dell'equo compenso dei collaboratori non contrattualizzati, così come prescrive l'art. 3 della legge 233.

LA LEGGE SULL'EQUO COMPENSO
La legge 233/2012, richiamando l'art. 36 della Costituzione (“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”) riconosce ai giornalisti lavoratori autonomi il diritto a un equo compenso. E, per farlo, all'art. 1 stabilisce che: (...) per equo compenso si intende la corresponsione di una remunerazione proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, tenendo conto della natura, del contenuto e delle caratteristiche della prestazione nonché della coerenza con i trattamenti previsti dalla contrattazione collettiva nazionale di categoria in favore dei giornalisti titolari di un rapporto di lavoro subordinato.
Giova ricordare che, secondo i dati dell'INPGI, l'ente contributivo dei giornalisti, la maggioranza dei freelance e cococo guadagna oggi meno di 10.000 euro lordi l'anno, e in larga maggioranza meno di 5.000, con spese di produzione a carico. E' evidente da queste cifre, da nessuno mai contestate, che la condizione media dei freelance e parasubordinati è oggi ben lontana da quanto prevede l'articolo 36 della Costituzione, e dalla possibilità di condurre una vita autonoma.
Come pena per il non rispetto della legge, l'art. 3 stabilisce che A decorrere dal 1º gennaio 2013 la mancata iscrizione nell'elenco di cui all'articolo 2 (delle testate che rispettano l'equo compenso, n.d.r.) per un periodo superiore a sei mesi comporta la decadenza dal contributo pubblico in favore dell'editoria, nonché da eventuali altri benefici pubblici, fino alla successiva iscrizione”.

LA SITUAZIONE ATTUALE
E' quindi evidente anche dall'incipit dell'art. 3 che la legge 233 dovrebbe essere già applicabile. Dove sta allora il problema? Nel fatto che una commissione di sette rappresentanti ministeriali, di giornalisti ed editori, presieduta dal Sottosegretario all'editoria, deve prima stabilire esattamente quale sia l'equo compenso e stilare l'elenco degli editori che lo rispettano. E la commissione, ai sensi dell'art. 2 della legge, avrebbe dovuto adempiere a tali compiti già entro la metà di aprile. Ma questa è stata insediata solo a metà giugno, e i suoi lavori paiono ancora nella fase istruttoria.
L'impressione è che l'iter di questa legge, dopo una contrastata gestazione parlamentare, preceda con il freno a mano sempre tirato. Tanto che continuano ad emergere opposizioni, distinguo e tentativi di sue interpretazioni restrittive. Al nuovo Sottosegretario all'editoria, Giovanni Legnini, va dato atto di essersi subito impegnato per l'insediamento della commissione, rigettando le eccezioni avanzate dagli editori e avviando delle audizioni anche con rappresentanze di freelance e precari. Ma, ugualmente, preoccupano i dilazionamenti dei tempi, le resistenze degli editori come se la legge non fosse stata approvata dal Parlamento, e il mancato esame di merito di proposte attuative.

LE PROPOSTE D'ATTUAZIONE
Sul tavolo governativo - essendo stato ritenuto non proponibile varare un tariffario, per contrasto con il decreto sulle liberalizzazioni delle professioni - risulta oggi esistere una sola proposta: quella formulata fin dal marzo scorso dalla Commissione nazionale lavoro autonomo della Fnsi, il sindacato dei giornalisti. Proposta che, in coerenza tecnica con la legge, rapporta l'equo compenso al tempo necessario per svolgere un incarico e al corrispondente trattamento previsto per i dipendenti, più alcune clausole di salvaguardia (per rimborsi spese, contributi, eventuali condizioni di maggior favore, e casi di mancato accordo). Ma quell'unica proposta non risulta ancora esaminata nel merito.

LE SANZIONI
Non sfugga poi un aspetto centrale della legge 233: le sanzioni agli editori che non la rispettano. Ai sensi dell'art. 3, queste sono "...la decadenza dal contributo pubblico in favore dell'editoria, nonché da eventuali altri benefici pubblici...”.
L'inciso “eventuali altri benefici pubblici” ricomprende giuridicamente ogni forma di contributo e sostegno pubblico all'editoria, diretto e indiretto: dai contributi economici nazionali ai provvedimenti regionali, ad ogni forma di sostegno indiretto (dalle tariffe e crediti agevolati agli incentivi fiscali, dai contributi per ristrutturazioni, agli aiuti alle start-up). In altre parole: se un editore vuole usufruire di qualsiasi forma di sostegno o agevolazione pubblica, nazionale o regionale, deve rispettare l'equo compenso previsto dalla legge 233/2012. E tale vincolo va quindi applicato anche ai nuovi benefici per l'editoria, del citato accordo nazionale del 6 agosto.

LE PROSPETTIVE
L'applicazione della legge sull'equo compenso è quindi urgente e indifferibile. E non solo perchè i suoi termini d'attuazione sono già da tempo superati, ma soprattutto perchè ad attenderla, finora invano, sono circa 20.000 lavoratori autonomi, cioè la metà dei giornalisti attivi. La larga maggioranza dei quali, pur lavorando continuativamente e riempiendo di notizie ed articoli le più svariate testate, guadagna meno di 10.000, o anche solo 5.000, euro lordi l'anno.
E' questa l'urgenza a cui tutti sono tenuti a dare una risposta. Perchè le piaghe del precariato senza sbocchi e del lavoro sottopagato fin sotto la soglia della povertà necessitano di risposte concrete. Non di rassicurazioni, dilazionamenti e di altri rinvii.

(12 agosto 2013)

*Maurizio Bekar, freelance, consigliere nazionale della Fnsi, è membro e coordinatore della Commissione nazionale lavoro autonomo Fnsi


Il link all'articolo sul sito di Articolo 21:
http://www.articolo21.org/2013/08/che-fine-ha-fatto-lequo-compenso-per-i-giornalisti-freelance

DOCUMENTAZIONE:
- La legge 233/2012 “Equo compenso nel settore giornalistico”:

- La proposta per l'equo compenso della Commissione nazionale lavoro autonomo della Fnsi:

26 agosto 2011

URGENTE: adesione Coordinamento ad appello Articolo 21 sui diritti del lavoro

L'associazione "Articolo 21" ( www.articolo21.org)  ha lanciato a livello nazionale un appello on line contro la parte della manovra economica del governo che va a modificare i diritti del 
art21lavoro. 

Tra i primi firmatari, oltre a giuristi e costituzionalisti, anche vari colleghi: Paolo SERVENTI LONGHI (direttore Rassegna Sindacale), Stefano CORRADINO (direttore Articolo21), Santo DELLA VOLPE (direttore Libera Informazione), Federico ORLANDO (presidente Articolo21), Giuseppe GIULIETTI (portavoce Articolo21), Daria COLOMBO, Ninni ANDRIOLO, Andrea PURGATORI

Adesioni stanno pervenendo anche da colleghi freelance, tra i quali (a titolo personale) i promotori della presente (Maurizio Bekar e Alessandro Martegani).

E' quindi seguita in queste ore l'adesione all'appello anche del Coordinamento giornalisti precari e freelance del Friuli Venezia Giulia, e invitiamo tutti a dare e raccogliere ulteriori ulteriori adesioni, individuali e collettive.


QUESTO IL TESTO DELL'APPELLO (visibile on line sul sito www.articolo21.org):

RESPINGIAMO L'ATTACCO PORTATO DAL DECRETO D'AGOSTO AI DIRITTI FONDAMENTALI DEI LAVORATORI

Il decreto d’agosto, consentendo deroghe ai diritti fondamentali dei lavoratori, sinora garantiti da norme di legge imperative, non può avere cittadinanza nella nostra Repubblica che, per l’articolo 1 della Costituzione, è fondata sul lavoro. Ogni attentato ai diritti fondamentali dei lavoratori si risolve in un attacco eversivo contro la base della nostra democrazia. La delegificazione introdotta in via d’urgenza è un colpo di mano per nulla affatto giustificato dalla situazione economica, che oggi richiede anzi regole certe su cui poter fare affidamento anche per favore gli investimenti di capitali esteri nel nostro paese. 

Il ruolo essenziale riconosciuto al lavoro nel nostro ordinamento, trova conferma nell’articolo 35 della Costituzione che affida allo Stato il compito di tutelare i diritti del lavoratore, primo tra tutti quello della stabilità dell’occupazione, voluta anche dall’articolo 4, oltre che dalla normativa dell’Unione Europea.

I firmatari di questo appello chiedono perciò che il Parlamento, nel rispetto della Costituzione, deliberi lo stralcio delle norme sul lavoro dal testo del decreto d’agosto.

PRIMI FIRMATARI: Domenico D'AMATI (avvocato), Stefano RODOTA' (costituzionalista), Domenico GALLO(Magistrato), Gianni FERRARA (Giurista) Ottavia PICCOLO (attrice), Paolo SERVENTI LONGHI (direttore rassegna sindacale), Stefano CORRADINO (direttore Articolo21), Santo DELLA VOLPE (direttore Libera Informazione), Federico ORLANDO (presidente Articolo21), Giuseppe GIULIETTI (portavoce Articolo21), Tommaso FULFARO (segretario Articolo21), Nicola TRANFAGLIA (Storico), Vincenzo VITA (Senatore), Paola TURCI (Attrice), Dario VERGASSOLA (attore), Giuliano MONTALDO, Roberto VECCHIONI (cantautore), Daria COLOMBO (Giornalista), Ninni ANDRIOLO (Giornalista), Andrea PURGATORI (Giornalista), Paola BARBATI, Anna MAZZA, Silvia BARTOLINI (Popolo Viola)


Segnaleteci, o segnalete direttamente ai promotori, ulteriori adesioni.

Grazie

Maurizio Bekar
Alessandro Martegani