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27 marzo 2020

CORONAVIRUS, LE AUTOCERTIFICAZIONI PER SPOSTARSI


DAL 26 MARZO AGGIORNATI I MODELLI
PER I MOVIMENTI DEI GIORNALISTI
(DIPENDENTI E AUTONOMI)





Da pochi giorni sono stati aggiornati i modelli di autocertificazione per gli spostamenti dei giornalisti a scopo professionale. Dopo che il Viminale, giovedì 26 marzo, ha pubblicato il nuovo modulo per l'autocertificazione, che anche chi ha necessità di recarsi al lavoro deve portare con sé, gli uffici della Fnsi hanno adeguato i modelli: uno per i giornalisti lavoratori autonomi e uno per i giornalisti lavoratori dipendenti, predisposti tenendo presenti le specifiche esigenze lavorative dei professionisti dell'informazione.

I moduli, da scaricare e compilare, vanno esibiti insieme alla tessera dell'Ordine in caso di controlli da parte degli operatori di pubblica sicurezza. I moduli si trovano a questi due distinti link: giornalisti autonomi e giornalisti dipendenti

Si ricorda che i moduli di autocertificazione per giornalisti vanno usati solo per gli spostamenti attinenti alle attività professionali, cioè solo quando i giornalisti si muovono per servizio. 

Per tutte le altre necessità della vita privata (cioè assoluta urgenza, situazione di necessità, motivi di salute) va invece utilizzato il modello standard predisposto dal Ministero dell'Interno.

questo link, invece, sono pubblicate le risposte alle domande più frequenti rivolte dai giornalisti italiani agli uffici della FNSI in questi tempi di pandemia da coronavirus. Le Faq sono a cura del direttore FNSI, Tommaso Daquanno.

29 novembre 2019

RIPARTE LA COMMISSIONE PER L'EQUO COMPENSO


IL 4 DICEMBRE LA COMMISSIONE RIPRENDE I LAVORI
L' FNSI DESIGNA 
COME RAPPRESENTANTE

IL FREELANCE MATTIA MOTTA 
SEGRETARIO GENERALE AGGIUNTO E PRESIDENTE CLAN
(Commissione nazionale lavoro autonomo)

Mattia Motta

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all'Informazione e all'Editoria Andrea Martella ha firmato il provvedimento per la ricostituzione della Commissione per l'equo compenso nel settore giornalistico, prevista dalla legge n. 233 del 2012, convocando la prima riunione di insediamento per il prossimo 4 dicembre.

«Personalmente sono convinto che per assicurare i necessari standard di qualità all'informazione professionale e per combattere la precarizzazione nelle redazioni occorra riconoscere un equo compenso per le prestazioni giornalistiche, da individuarsi secondo criteri certi e condivisi. Per questo motivo, come del resto avevo annunciato anche nel corso delle dichiarazioni programmatiche alla Camera, sono convinto che la Commissione possa essere uno strumento strategico per questo obiettivo», afferma Martella.

«Confido che la Commissione possa giungere entro tempi ragionevoli a questo risultato, perché la dignità del lavoro giornalistico e la qualità dell'informazione si difendono in concreto anche riconoscendo a tutti i giornalisti un giusto compenso per il proprio lavoro», aggiunge il sottosegretario.

«L'avvio dei lavori della Commissione per l'equo compenso annunciato dal sottosegretario Martella è un primo passo per rimettere al centro la tutela del lavoro. La necessità di far fronte alle conclamate difficoltà del settore non può far passare in secondo piano l'adozione di norme e strumenti per contrastare il lavoro precario e l'abuso di forme contrattuali improprie. La definizione dell'equo compenso, da questo punto di vista, è soltanto un aspetto del problema», commenta il segretario generale della Federazione nazionale della Stampa italiana, Raffaele Lorusso.

«La Fnsi – prosegue – porterà al tavolo convocato dal governo proposte concrete per dare dignità al lavoro di migliaia di giornalisti oggi sfruttati, nella consapevolezza che l'informazione professionale  non possa prescindere dalla dignità del lavoro. Per questa ragione è auspicabile che le criticità del settore siano affrontate compiutamente dal governo insieme con le parti sociali per individuare misure di rilancio, senza dimenticare l'emergenza rappresentata dal precariato e dal lavoro senza diritti, che mina alla base la qualità e la credibilità dell'informazione, bene essenziale per la democrazia».

La Commissione, in attuazione dell'articolo 36 della Costituzione, ha il compito di promuovere l'equità retributiva per i tanti giornalisti precari, soprattutto giovani, che collaborano con giornali, periodici, agenzie di stampa e televisioni, senza le tutele del rapporto di lavoro subordinato.

15 gennaio 2017

IL SEGRETARIO LORUSSO SI ESPRIME SUL JOBS ACT



«I VOUCHER DEL GIORNALISMO 
SI CHIAMANO CO.CO.CO.»


Il segretario generale Fnsi.


«L’intervento sui voucher non basta: è necessario correggere la normativa sui contratti di collaborazione coordinata e continuativa, diventati i voucher del settore giornalistico». Il segretario generale della Fnsi, Raffaele Lorusso, entra così nella diatriba sulle possibili modifiche all’ultima riforma del lavoro.

«Non serve un maquillage al Jobs act per evitare il referendum. È auspicabile che il governo intervenga in profondità e con decisione per cancellare tutte le forme di lavoro atipico che forniscono un quadro di legalità a situazioni di sfruttamento e precarietà dilagante».

All’indomani della decisione della Consulta sull’ammissibilità dei quesiti referendari sul Jobs act, il segretario generale della Fnsi, Raffaele Lorusso, interviene così nella diatriba delle ultime ore sulle possibili modifiche alla riforma del lavoro del ministro Poletti.

«L’intervento sui voucher – spiega Lorusso – non basta: è necessario correggere la normativa sui contratti di collaborazione coordinata e continuativa, diventati i voucher del settore giornalistico. La facilità di accesso a questo strumento continua a creare abusi consentendo a molti editori di mascherare lavoro giornalistico subordinato aggirando le norme del contratto nazionale e lo stesso Jobs act».

Secondo il segretario della Fnsi, inoltre, la diffusione di forme di lavoro senza diritti e senza tutele nel settore editoriale «rappresenta un’emergenza non soltanto per la dignità e il decoro della professione e delle persone che la esercitano, ma anche e soprattutto per il sistema democratico, perché indebolisce la qualità dell’informazione, bene supremo di ogni democrazia compiuta».

E infine l’appello: «Il governo non può continuare a girare la testa dell’altra parte».


(Fonte: Fnsi)

07 gennaio 2016

LETTERA AL PREMIER PROMOSSA DALLA CLAN FNSI


"Caro Renzi, lo sfruttamento dei precari esiste 
e danneggia l'informazione"



(lettera con adesioni sempre aperte)

Il Presidente del Consiglio Renzi, all'incontro stampa di fine anno, ha negato che in Italia esista lo sfruttamento dei giornalisti precari. In risposta, l'1 gennaio un gruppo di freelance della Clan Fnsi ha promosso una lettera aperta al Premier, aprendone le adesioni a tutti i giornalisti (anche contrattualizzati e pensionati) che la condividano.
Nella lettera, oltre a riassumere i dati e le condizioni del lavoro giornalistico autonomo e precario in Italia, al Presidente del Consiglio vengono avanzate 7 richieste: contributi e agevolazioni solo agli editori che pagano equamente e con regolarità; superamento dei contratti atipici; pari diritti e tutele ai giornalisti dipendenti e autonomi; applicazione della legge sull'equo compenso e proroga della sua Commissione d'attuazione; emanazione delle tariffe ministeriali per la liquidazione giudiziale dei compensi; imporre la tracciabilità e la firma di tutti gli articoli, per agevolare i controlli e far emergere il lavoro nero o non retribuito.
La lettera, in pochi giorni, ha raccolto quasi 250 adesioni da tutta Italia, fra le più varie appartenenze e sensibilità: freelance, contrattualizzati, responsabili di piccole testate, pensionati, dirigenti regionali e nazionali, sia del sindacato, che dell'Ordine, che dell'Inpgi.

Il testo con l'elenco dettagliato delle adesioni, aggiornato quotidianamente, è on line al link:


Per aderire scrivere a: giornalistifreelance@gmail.com
 specificando nome, cognome, qualifica professionale ed eventuali incarichi di categoria.

Di seguito il testo integrale della lettera:




"CARO RENZI, LO SFRUTTAMENTO DEI GIORNALISTI ESISTE,
E DANNEGGIA L'INFORMAZIONE":
LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

Signor Presidente del Consiglio,
in apertura del 2016 ci rivolgiamo a lei, da freelance attivi nella Fnsi – il sindacato dei giornalisti italiani – e nella sua Commissione nazionale lavoro autonomo, per esprimerle sconcerto per il tono liquidatorio da lei usato, durante l'incontro stampa di fine anno, sul tema dei giornalisti precari sottopagati.
Davanti al problema manifestato in apertura dal Presidente dell'Ordine dei giornalisti, lei lo ha negato, dando l'impressione di ignorare le reali condizioni di lavoro della maggioranza dei giornalisti italiani. Condizioni che dovrebbero esserle note, sia per il suo ruolo istituzionale, sia tramite il Sottosegretario all'Informazione ed editoria Lotti, che presiede la Commissione per l'equo compenso per i giornalisti non dipendenti.
I dati ufficiali dimostrano che i lavoratori autonomi e atipici sono oggi il 62,6% dei giornalisti attivi, e sono in rapida crescita. Spesso con redditi medi da 11.000 euro lordi l'anno, e nella metà dei casi di circa 5.000. Con spese a proprio carico, e con una netta disparità di diritti, tutele e forza di contrattazione rispetto ai colleghi dipendenti. E queste sono condizioni di oggettiva debolezza, di ricatto occupazionale e sfruttamento del lavoro, che ledono la libertà e la qualità dell'informazione.
Dovere deontologico dei giornalisti è di informare correttamente, senza subire condizionamenti. Ma per farlo serve anche non essere costantemente oggetto di ricatti economici ed occupazionali. Che è ciò che accade a gran parte degli autonomi, che contribuiscono significativamente, da collaboratori esterni - senza tutele, sicurezze e quasi sempre senza retribuzioni adeguate - al sistema informazione di questo Paese. E non stiamo pensando solo alle grandi testate, ma anche a quelle minori, alle realtà periferiche, a quelle a rischio come nelle terre di mafia, dove l'informazione riguarda la vita quotidiana dei cittadini.
Condizioni di lavoro, queste, che non vengono riequilibrate dai 20 euro lordi ad articolo, o dai 6 euro lordi per un lancio d'agenzia o di un articolo su web, così come individuati nelle pasticciate norme d'attuazione della legge 233/2012 sull'equo compenso giornalistico. Legge peraltro largamente inattuata, e spesso a fronte di retribuzioni anche di molto inferiori.
Tutti questi sono problemi che riguardano anche il Governo e i suoi poteri d'intervento.
Lo affermiamo con la consapevolezza di chi cerca di trovare nella contrattazione tra sindacato ed editori una risposta a dei temi cruciali per il futuro del settore. Ma proprio per questo ci permettiamo anche di suggerirle, signor Presidente del Consiglio, qualche tema che Governo e Parlamento potrebbero già da oggi utilmente affrontare:
- Contributi e agevolazioni pubbliche solo agli editori che dimostrano di pagare equamente e con regolarità i giornalisti
- Superamento dei contratti atipici nel mercato dell'informazione, supportando l'emersione dalla precarietà, il lavoro stabile, o comunque il “buon lavoro” equamente retribuito
- Garantire pari diritti e tutele al lavoro giornalistico sia dipendente che autonomo
- Rimettere urgentemente mano alla delibera d'attuazione dell'Equo compenso giornalistico per i lavoratori autonomi (ora sub judice del Consiglio di Stato, dopo la bocciatura del TAR del Lazio)
- Prorogare l'esistenza della Commissione per l'equo compenso, in scadenza nei prossimi mesi, senza la quale la legge 233/2012 che lo prevede sarebbe inapplicabile
- Emanazione da parte dal Ministero della Giustizia delle tariffe per la liquidazione giudiziale dei compensi giornalistici, come da Decreto ministeriale 140/2012 sui compensi professionali
- Imporre la tracciabilità e l'obbligo di firma di tutti gli articoli, per tutte le testate registrate, anche online, al fine di agevolare i controlli e far emergere il lavoro nero o non retribuito
Per queste ed altre ragioni, e per poter guardare a "un 2016 all'insegna della libertà di informazione", sono necessarie risposte e impegni urgenti. E non solo dei giornalisti e delle parti sociali, ma anche delle Istituzioni locali, del Parlamento e del Governo.
Oggi sta a ciascuno fare la propria parte.
Con gli auguri di un produttivo e positivo 2016

- Maurizio Bekar, rappresentante del Friuli Venezia Giulia e coordinatore della Commissione nazionale lavoro autonomo (Clan-Fnsi), del direttivo Assostampa Friuli Venezia Giulia
- Ferdinando Baron, rappresentante della Lombardia nella Clan-Fnsi, della Commissione Contratto Fnsi-Fieg
- Marco Bobbio, rappresentante del Piemonte nella Clan-Fnsi, del direttivo Assostampa Subalpina
- Susanna Bonfanti, rappresentante della Toscana nella Clan-Fnsi
- Claudio Chiarani, rappresentante del Trentino Alto Adige nella Clan-Fnsi, del direttivo Assostampa Trentina
- Candida De Novellis, rappresentante dell’Abruzzo nella Clan-Fnsi, del direttivo Sindacato Giornalisti Abruzzesi
- Livia Ermini, rappresentante del Lazio nella Clan-Fnsi
- Dario Fidora, rappresentante della Sicilia nella Clan-Fnsi
- Antonio Fico, rappresentante del Lazio nella Clan-Fnsi, del direttivo di Stampa Romana
- Luca Gentile, rappresentante della Sardegna nella Clan-Fnsi, del direttivo Assostampa Sarda
- Francesca Marruco, rappresentante dell'Umbria nella Clan-Fnsi, del direttivo Assostampa Umbria
- Ottavia E. Molteni, rappresentante della Lombardia nella Clan-Fnsi
- Francesco Monteleone, rappresentante della Puglia nella Clan-Fnsi
- Laura Viggiano, rappresentante della Campania nella Clan-Fnsi, del direttivo Sindacato Unitario Giornalisti della Campania e presidente della Commissione regionale lavoro autonomo
LA LETTERA E’ APERTA ALLE ADESIONI DI ALTRI GIORNALISTI
Le adesioni (nome, cognome, qualifica professionale ed eventuali incarichi) vanno inviate a: giornalistifreelance@gmail.com

28 settembre 2015

FARE INFORMAZIONE OGGI: CON CARBONETTO, BEKAR, TAVČAR, FOLISI

FORUM-DIBATTITO A "KEEP LEFT"
Doberdò del Lago, sabato 26 settembre 2015



Fare informazione oggi, in un mercato giornalistico e una professione profondamente mutati rispetto al passato. Questo il tema dell'incontro pubblico che si è svolto sabato 26 settembre al Centro visite della Riserva naturale di Doberdò del Lago, nell'ambito della due giorni di dibattiti "Keep Left", promossi da Sinistra Ecologia e Libertà del Friuli Venezia Giulia con la partecipazione di varie altre realtà del territorio. 

L'iniziativa, strutturata in tavoli di discussione tematici, puntava a sviluppare un confronto aperto, anche con il contributo di esterni, "per definire delle proposte programmatiche innovative per una sinistra di governo".
 

Il Forum sull'informazione è stato coordinato da Gianpaolo Carbonetto, già inviato e caporedattore del Messaggero Veneto, che ha curato la relazione d'apertura. Sono seguite le relazioni degli altri colleghi invitati Maurizio Bekar (freelance, su nuove tecnologie, nuovo mercato del lavoro e nuovi diritti), Vojmir Tavčar (già del Primorski Dnevnik, su informazione di confine e delle minoranze nazionali in Europa), e Fabio Folisi (direttore della rivista on line E-Paper, su informazione digitale e piccola editoria), tutti attivi nel tempo e in vari ruoli nel sindacato dei giornalisti.

Con il consenso dell'autore, pubblichiamo l'intervento di apertura del collega Gianpaolo Carbonetto.

GIANPAOLO CARBONETTO
FORUM INFORMAZIONE
"KEEP LEFT", Doberdò del Lago, sabato 26 settembre 2015



Gianpaolo Carbonetto
Mi scuso se comincerò con un’introduzione che affronterà problemi apparentemente poco concreti, ma la ritengo necessaria in quanto certe cose, che per noi del mestiere appaiono scontate, hanno bisogno di essere, almeno in parte, spiegate. Quando si parla di crisi dell’informazione, infatti, non parliamo soltanto di problemi economici e occupazionali legati alla parte aziendale dei mass media, ma ci riferiamo soprattutto all’inevitabile crisi professionale e, quindi, di democrazia che quella dell’informazione porta con sé.

A parlarne sono qui con me Maurizio Bekar, Vojmir Tavčar e Fabio Folisi che vi presenterò meglio prima di invitarli a intervenire sugli argomenti di cui sono esperti. Ma prima di passar loro la parola vorrei soffermarmi su quelle che una volta, per i cittadini, erano le fonti più tipiche dell’informazione e che oggi sono messe in crisi anche dalla nascita delle comunicazioni digitali, più o meno strutturate che siano, ma soprattutto da quello che ha messo in crisi l’intero nostro mondo: il cosiddetto mercato e il cambiamento delle aziende perché una parte consistente della crisi deriva proprio da quella che definirei la “sindrome dell’amministratore delegato”.


 

Ricordate la vecchia iconografia classica dell’industriale-padrone? Ebbene, pur con tutta la sua boria e la sua insensibilità sociale, oggi appare quasi come una figura da rimpiangere perché comunque aveva in sé il sacro valore della sua azienda che voleva mantenere sana e vitale, sia perché la sentiva come una creatura propria, sia in quanto desiderava lasciarla in eredità ai propri discendenti. Oggi non è più così. Le aziende sono affidate per la maggior parte a persone molto ben pagate alle quali è chiesto esclusivamente di presentare bilanci positivi e in continua crescita. E per riuscire a fare ciò – avendo come prospettiva di azione soltanto qualche anno di contratto – agiscono in maniera tale che l’unica cosa importante diventa la casella finale degli utili. Se poi per ottenere che questa casella contenga cifre sempre più cospicue, si finisce per realizzare risparmi prosciugando le ricchezze interne non direttamente monetizzabili, indebolendo le strutture redazionali e tecniche dell’azienda fino a portarla verso un inevitabile collasso, la cosa appare secondaria ed eventualmente riguarderà chi sarà chiamato alla difficile opera di risanamento. Nel campo dell’informazione, e non solo in quello, le aziende che sono morte così sono tantissime. E altre stanno morendo.
 

Nel campo dell’informazione questo ha portato a due conseguenze terribili: la concentrazione delle testate e delle emittenti e la delocalizzazione del lavoro; questa volta non in Bangladesh, ma – ed è più che sufficiente – fuori dalle redazioni. Partiamo proprio da quest’ultimo punto che poi sarà ripreso ampiamente dai miei colleghi. A me, al di là delle ovvie conseguenze sul livello occupazionale, sulla qualità del lavoro per gli interni e per la vergognosa esiguità dei compensi per gli esterni, interessa sottolineare alcuni altri aspetti che soltanto apparentemente possono sembrare secondari.
Per prima cosa il Contratto nazionale di lavoro creato da un sindacato unitario che da sempre si sente intimamente legato, secondo me ancor più dell’Ordine, a rispettare tutte le necessità della nostra professione, e non soltanto quelle economiche, definisce la realizzazione di un giornale o di una trasmissione giornalistica “opera d’ingegno collettivo”. E questa possibilità appare sempre più lontana perché la maggior parte dei servizi (scritti o parlati che siano) sono realizzati da giornalisti che hanno contatti con la redazione soltanto nel momento in cui ricevono l’ordine di seguire un qualche avvenimento. E così, mentre la digitalizzazione via internet consente una sempre maggiore interazione tra organi di informazione e cittadini, si riducono quasi a zero le interazioni tra la redazione e i collaboratori che sono sempre di più e coprono argomenti e settori sempre più delicati.
 

Visto dal punto di vista dei collaboratori, poi, a loro non manca soltanto un’adeguata remunerazione per il loro lavoro, ma soprattutto non hanno l’occasione di accumulare due ricchezze che noi vecchi capitalizzavamo in maniera praticamente automatica, senza quasi accorgercene. Il contatto con i colleghi più anziani e più esperti ci dava, infatti, la possibilità di imparare non soltanto la parte tecnica del mestiere, che non è poca cosa, ma anche di assimilare quella deontologia che nella nostra professione non è importante, ma fondamentale perché, nel dare una notizia, il giornalista non può mai dimenticare che il rapporto tra informatore e informato deve essere regolato da quelle norme di comportamento che vanno sotto il nome di deontologia, ma che, più semplicemente, rientrano del campo dell’etica generale.

A me è successo che un mio direttore – uno dei più bravi, tra l’altro, ma non certamente l’unico a ragionare così – facendo il verso a proprietari e azionisti, mi abbia detto, con aria di rimprovero neppure tanto implicita: «Il tuo è un buon giornalismo, ma un po’ troppo pedagogico; deve essere più distaccato e professionale». L’ho guardato e gli ho espresso il dubbio che non stesse usando la mia stessa lingua.

Pedagogico vuol dire che si occupa di educazione, ma professionale cosa significa? Qui le strade interpretative divergono perché per loro vuol dire saper vendere, saper far aumentare la diffusione, per la carta stampata, oppure lo, share per la televisione. L’importante per loro, insomma, è solo il profitto, l’assecondare le tendenze del mercato andando dietro le esigenze del pubblico. Se, poi, queste sprofondano – e stanno sprofondando – in una povertà intellettuale, morale e sociale assoluta, noi dovremmo sprofondare con loro. Possibile che non si rendano conto che, invece, è proprio il mercato, la frenesia del consumare, che indirizza i gusti del pubblico? E che se gli organi di informazione seguono pedissequamente le esigenze indotte dal mercato, non soltanto ne sono complici, ma addirittura servi sciocchi, perché finiscono per togliersi il terreno da sotto i piedi? Perché sempre meno la gente avrà bisogno di leggere, ascoltare, conoscere, riflettere, decidere coscientemente su qualcosa che vada oltre ai dubbi su quanti telefonini avere, o su qual è la cosa di tendenza da possedere assolutamente.

Chi sostiene che «pecunia non olet», che il denaro non ha odore, come disse Vespasiano a suo figlio Tito che gli rimproverava di aver messo una tassa sui gabinetti pubblici, ha sicuramente seri problemi di olfatto. Chi sostiene che fare il giornalista significa soltanto escogitare i sistemi migliori per innalzare diffusione, audience o share, vuol dire che ha quantomeno seri problemi di deontologia.
 

Professionalità giornalistica, infatti, non significa soltanto saper trovare e verificare le notizie e poi tradurle in un brano letterariamente valido e in un titolo accattivante inseriti in una pagina graficamente gradevole: potrebbe farlo chiunque, e con pochissimo addestramento. Perché un mestiere diventi professione deve poggiare, invece, sopra un solido substrato etico. Nel caso del giornalismo, per spiegarmi meglio, il verbo “informare” non può essere disgiunto dal verbo “formare”, mentre deve essere nettamente separato dal “disinformare”. E, per dare contorni ancora un po’ più definiti al tema, dico anche che l’obbligo di una moralità, di una deontologia, esiste non perché la professione giornalistica nasca per educare, ma perché, se questa eticità manca, ne consegue, in maniera praticamente automatica, che finisce per diseducare.

Già questo costituisce un serio problema per la salute della democrazia, ma la situazione è resa ancora più pericolosa dalla concentrazione delle testate che è conseguenza e aggravamento di quello che dicevo prima. Per restare alla nostra regione, noi stiamo vivendo in una specie di monopolio costituito dal dominio assoluto del gruppo Repubblica l’Espresso con le sue due testate locali: il Messaggero Veneto e il Piccolo. Ma sono ancora davvero due testate, o sono diventate due grosse redazioni di una testata unica con sede fuori regione? Hanno tantissime pagine in comune confezionate altrove e spesso mettono in comune anche le proprie potenzialità. A restarne stritolate non sono soltanto le altre testate, ma soprattutto le possibilità di un pluralismo dell’informazione che è un caposaldo democratico.

Qualcuno potrebbe pensare che la mia sia una stizzosa presa di posizione da parte di un vecchio giornalista che rimpiange i tempi passati perché coincidono con quelli della sua giovinezza. Ma non è così: molti anni fa, quando Melzi, già proprietario del Messaggero Veneto, stava trattando anche per acquistare il Piccolo, ero vicepresidente dell’Associazione e consigliere nazionale della Federstampa e ho lavorato a lungo, ma purtroppo invano per scongiurare questo disastro (che, sia detto tra parentesi, non ha nemmeno giovato economicamente ad almeno una delle due testate). La mia tesi era che, come esistevano delle quote di mercato non superabili fissate dall’antitrust a livello nazionale, così dovevano esistere anche a livello regionale. Ne ho parlato con l’Antitrust, con alcuni parlamentari, con la presidenza delle Commissione Stato–Regioni e con quella della nostra Regione, e ho ottenuto ampi consensi. Consensi a parole, ovviamente; a livello di fatti tutto si è interrotto definitivamente subito dopo i primi passi dimostrando ancora una volta che in questo Paese gli affari contano molto più dei principi e dei diritti.

Gianpaolo Carbonetto